Non è una piscina in giardino: uno spaccato di realtà fatto di finzione

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Non è una piscina in giardino: uno spaccato di realtà fatto di finzione

Lo spettacolo di Antonio Amoruso, riadattamento di Iperbole di un dramma familiare, è andato in scena lo scorso weekend al Piccolo Teatro San Pio di Roma. L’attore protagonista calza ottimamente la parte facendo ricordare Verdone, le donne sono concentrato di puro male, Rob impersona la purezza e il robot l’estremizzazione dell’odio.

Se l’Istat dovesse fare una nuova indagine sulla popolazione italiana e le sue famiglie, allora dovrebbe porsi quattro nuove domande. Innanzitutto: quante famiglie sono fondate sul vero amore? Quante ancora sulla menzogna? Poi: quante persone pensano, sinceramente, che il proprio partner sia unico e insostituibile? E quante altre ancora, in realtà, vorrebbero sostituirlo con un’altra persona o, peggio ancora, vederlo morto o sostituito con un robot? Ecco, se queste domande fossero presenti all’interno delle prossime indagini statistiche nazionali, e se ognuno di noi rispondesse seriamente e in pace con la propria coscienza, ne verrebbe fuori una realtà talmente complessa, da andare al di là anche dei più astrusi calcoli matematici, come d’altronde mostrano certe notizie che sentiamo ogni giorno in tv o vediamo sui giornali.

LA TRAMA DELLO SPETTACOLO

A questo spaccato di realtà fa riferimento la pièce Non è una piscina in giardino, scritta da Antonio Amoruso e riadattata da Iperbole di un dramma familiare, in cui un manager, da poco andato in pensione, si ritrova a fare i conti con la realtà familiare di tutti i giorni, scoprendo cose ben poco lusinghiere, anzitutto su sé stesso, poi sulla moglie e la figlia, il tutto anche grazie ad una visita inaspettata, durante la vigilia di Natale, da parte di un ragazzo che vorrebbe stare insieme alla figlia. Quest’ultima e sua madre, nonché moglie annoiata e frustrata, vorrebbero sbarazzarsi dell’uomo facendolo mandare in vacanza in Svizzera. In realtà, l’intento è quello di farlo ricoverare in una clinica e sostituirlo con un robot dalle sembianze umane. Insomma, quanto c’è di più sconvolgente al mondo, anche alla luce delle scoperte scientifiche avvenute negli ultimi anni. Ne viene fuori, quindi, una famiglia allo sfacelo più completo, fondata sulla finzione del cosiddetto status symbol: gente che ha raggiunto tutto, tranne che l’essenza della felicità.

I PERSONAGGI E GLI INTERPRETI

Ad interpretare il vecchio manager è l’attore siciliano Gaetano Ingala, che veste bene i panni dell’uomo ricco e apparentemente appagato dalla vita, ricordando un po’ il Carlo Verdone de Il mio miglior nemico. Una persona che crede di aver raggiunto lo status symbol, soprattutto attraverso la formazione di una famiglia con moglie devota e relativa prole al seguito. Vale a dire quello che poi, in realtà, non è affatto vero. La donna e la figlia, interpretate rispettivamente da Alessandra Lanzara e dall’esordiente Chiara Tron (che qui cura adattamento e regia, ndr), rappresentano un puro concentrato di frustrazione e violenza psicologica nei confronti dell’uomo, su cui pesano parecchie accuse, non ultima quella di essere stato completamente assente in tanti anni di matrimonio, sia come marito, sia come padre. La ragazza, poi, rappresenta anche l’emblema della menzogna: finge di amare un ragazzo, di nome Rob, ma è dedita a festini a base di sesso e droga con i suoi amici. In questo spaccato triste e desolante di realtà, l’unico personaggio positivo è proprio quello di Rob, interpretato da Alessandro Lupi. Il ragazzo sembra essere quasi la reincarnazione di Gesù Cristo, rappresentando l’uomo buono, altruista e modesto, che sa, vede e perdona tutto, comprese le ingiustizie della ragazza, e, seppure (forse) in maniera quasi involontaria, aiuta il manager a scoprire la realtà in cui lui e la sua famiglia versano, ormai, da parecchio tempo. Infine, il robot, interpretato da Mauro Tron, rappresenta l’estremizzazione di tutto: la tecnologia e l’eccesso di cervello che sostituiscono il cuore e i sentimenti, relegandoli a semplici cose di poco conto e, quindi, annichilendo il vero valore umano. Allo stesso tempo, questo marchingegno complesso dalle sembianze e dai finti sentimenti umani, lascia venire fuori quella che Hannah Arendt, parecchi anni fa, definiva banalità del male: è inutile odiare, perché il padre e la madre sono figure uniche e insostituibili, di cui, dopo che queste verranno a mancare, sentiremo tutti la mancanza. È inevitabile.

IN CONCLUSIONE

Da questo spettacolo, possiamo tutti trarre una conclusione, che si rifà al sempreverde brocardo di matrice cattolica e, più in generale, di coscienza umana: una famiglia, per funzionare bene, non può e non deve essere fondata sul mero piacere sessuale o sugli interessi economici e sociali. Deve, innanzitutto, essere fondata sul vero amore e sul rispetto reciproco, oltre che sulla più completa sincerità. E questo, dovremmo ricordarcelo tutti.

Non è una piscina in giardino

Scritto da Antonio Amoruso
Con Gaetano Ingala, Alessandra Lanzara, Chiara Tron, Alessandro Lupi, Mauro Tron
Musiche di Antonio Amoruso
Trucco e acconciature Flavia Strazzanti
Adattamento e regia di Chiara Tron

di Nazario Ricciardi