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Tre Re seguirono una stella nei cieli d’oriente, ed alla fine del loro cammino si trovarono innanzi alla manifestazione della divinità del Signore, portando come dono delle offerte enigmatiche

L’omaggio dei Re magi al divino Bambino, proviene dai testi dei Vangeli Apocrifi, dal Vangelo di Matteo e da una leggenda persiana riportata da Marco Polo nel suo libro “Il Milione”.
Secondo questa storia i Re Magi, personaggi alquanto misteriosi, sono coinvolti nella vicenda in maniera particolare. Quando giunsero a Betlemme, fu il più giovane ad entrare per primo nella grotta,  e guardando il volto del Piccolo, vide se stesso.
La stessa cosa accade al secondo Re, uomo di mezza età e stessa sorte capitò al terzo Re, molto più anziano dei suoi compagni di viaggio. Stupiti dell’accaduto tornarono a fissarlo tutti e tre assieme, e solo in questo momento lo ammirarono come il Bimbo nella mangiatoia, che difatti era il suo reale aspetto.

Questa leggenda è in effetti una chiave interpretativa simbolica del Cristo, che appare giovane al giovane, maturo al maturo e vecchio al vecchio, essendo L’Eterno che si manifesta ad ognuno come suo simile, in comunione con lui.  Infine quando appare come neonato permette di comprendere come le tre età dell’uomo sommate assieme non portino alla morte, bensì alla nuova vita che consente la rinascita attraverso di lui.
La leggenda persiana si rifà ad un’interpretazione eretica della religione di Zoroastro, presente già molti secoli prima dell’avvento di Cristo, riguardante il concetto di continua evoluzione e divenire del tempo storico, come ciclico ritorno al tempo infinito. La religione di cui erano seguaci a quel tempo i Magi, assimilò questa concezione della ciclicità, presente anche nella tradizione caldea. Nel Cristianesimo è Cristo che viene identificato nel tempo infinito, privo di qualsiasi dimensione.
La storia raccontata ci informa che i Magi furono portatori di tre doni differenti: Oro, Incenso e Mirra.

Oro, Incenso e Mirra

Il primo dono è chiaramente simbolico del potere materiale, della ricchezza, che viene donata al Cristo in quanto re dell’universo, così come l’incenso è un chiaro omaggio alla sua divinità. Entrambi i doni simboleggiano quindi la natura umana e divina all’un tempo.
Sempre Marco Polo racconta che i Magi portarono questi tre doni per comprendere, a seconda di quale sarebbe stato accolto dal Piccolo, la sua vera natura: se fosse stato un re, avrebbe scelto l’oro; se fosse stato un dio, avrebbe scelto senza ombra di dubbio l’incenso; se fosse stato invece un saggio, avrebbe accettato la mirra.
Il Bambino accolse tutti e tre i doni, dimostrando così la sua natura omnicomprensiva delle tre caratteristiche.

Il terzo dono, ad ogni modo, risulta essere il più difficile da interpretare. La mirra può essere vista come simbolo della mortalità umana, in quanto usata in unguento da cospargere sui cadaveri prima della sepoltura. Oppure può essere interpretata come previsione della morte di Cristo perché vittima sacrificale. In ultimo può simboleggiare l’aspetto di “Sapiente Guaritore” delle malattie corporali e dello spirito. In effetti Cristo possiede tutte queste qualità, riscontrate anche nei testi evangelici riconosciuti, nei quali tramite i miracoli guarisce le infermità fisiche, e tramite il Verbo cura lo spirito e la salvezza dell’anima.
Anche i seguaci di Zoroastro consideravano egli stesso il Salvatore in quanto guaritore delle malattie che colpivano gli esseri umani quando l’anima veniva oscurata dalla luce, permettendo che all’interno dell’uomo si insidiassero i demoni.
Il dono della mirra, quindi, possiede un significato ambivalente, che sta ad evidenziare l’anticipazione della morte e l’espressione di una sapienza insita nel Bimbo, che è aspetto certo di una personalità divina.

Svevo Ruggeri
Svevo Ruggeri

Direttore, Editore e Proprietario di Eclipse Magazine