Intervista a Katie Hickman, in Italia per presentare "Il giardino delle favorite"

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Intervista a Katie Hickman, in Italia per presentare "Il giardino delle favorite"

Katie_Hickman_-_foto_di_Svevo_RuggeriAlla fine dello scorso mese di maggio, è stato pubblicato dalla Garzanti il libro “Il giardino delle favorite“, attualmente presente in oltre 20 paesi.
Si tratta di un romanzo storico ambientato alla fine del 1500 a Costantinopoli, più precisamente nell’harem del sultano.

È un’opera che ha uno svolgimento anche attuale, in alternanza con il periodo cinquecentesco, e narra principalmente della storia di Celia, giovane ragazza inglese figlia di un commerciante e rapita dai pirati turchi dopo lo sterminio dell’equipaggio della nave in cui viaggiava, e la conseguente uccisione del padre che ne era il comandante. La giovane donna viene venduta al sultano e reclusa nell’harem.
Una ricercatrice inglese, Elizabeth, ritrova un frammento di un manoscritto nel quale viene accennato la storia di Celia… e decide di cercare e mettere in luce un episodio ormai perso nel tempo, di cui non si ha certezza né memoria.
In occasione del lancio in Italia de “Il giardino delle favorite“, la scrittrice Katie Hickman è stata invitata dalla Garzanti per promuovere il libro.
Per questo motivo abbiamo avuto la possibilità di incontrare vis a vis l’autrice a Milano, e di poter fare una piacevole chiacchierata sul suo libro, ma non soltanto.
Katie Hickman si è dimostrata una persona molto gentile ed estremamente interessata alle domande, alle quali ha risposto senza alcun problema e senza remore, instaurando un piacevole clima di cordialità e di rispetto, che non sempre è facile riscontrare.
Figlia di diplomatici inglesi, ha viaggiato in giro per il mondo durante la sua infanzia, continuando questa sua inclinazione anche una volta resasi indipendente dalla sua famiglia originaria.
Ha scritto diversi libri storici di grande successo e alcune biografie. È al suo secondo romanzo, anche se in Italia è Il giardino delle favorite il primo a giungere in libreria.
Un’autrice destinata a ritagliarsi un posto di rilievo nella letteratura moderna.

Un approfondimento così efficace ed attento come si evince leggendo il libro, quanto tempo e quanto impegno-ricerca ha comportato?

Allora, ci sono due risposte a questa domanda. La prima riguarda l’idea in fase embrionale, che non ha nulla a che fare con la ricerca vera propria, e si riferiva principalmente alla storia di due personaggi. Questa prima idea mi era venuta in mente una quindicina di anni fa. Ho cercato di rivendere questa idea ai miei editori circa 10 anni fa, e loro sono apparsi da subito interessati. Ho trascorso un mese intero ad Istambul per percepirne la vita e i costumi, in seguito quasi un anno di serie ricerche per ambientare e ricostruire un momento storico e riadattarlo al romanzo. Nel frattempo mi sono dedicata alla stesura di due saggi che hanno bloccato l’evoluzione del romanzo, o forse gli hanno permesso di consolidarsi in me. Per questo amo sottolineare che è stato un lavoro di 15 anni, anche se sostanzialmente da quando ho finito la raccolta dei dati e quindi iniziato la stesura vera e propria sono trascorsi sì e no due anni e mezzo per il prodotto finito e stampato.

L’idea iniziale del libro che l’ha spinta ad affrontare questo progetto, qual’è stata?

Due personaggi, entrambi maschili: John Carew, il cuoco, e Jamal, l’astronomo. L’idea di andare ad Istambul era anche per cercare una storia che potesse collegare questi due personaggi.
Non appena sono arrivata ad Istambul ho trovato una argomento, ma nell’harem, ed è stato così interessante che questi due figure maschili hanno perso importanza, in un certo senso. Nel mio prossimo romanzo riprenderò il personaggio John Carew, perché sento di non avergli dato l’importanza che meritava. Non so se funzionerà, magari ci saranno altri personaggi che sgomiteranno per uscire dalla mischia e prenderanno il sopravvento.

Il romanzo storico tradizionale ha la caratteristica di trasferire i sentimenti contemporanei all’autore stesso, in tempi più antichi. Nel suo romanzo, di fatto, non è così. Come ha fatto a spersonalizzarsi e allo stesso tempo inserirsi così intensamente nelle pieghe della storia?

È una domanda molto interessante questa e allo stesso tempo anche difficile, perché quando scrivo non riesco mai ad analizzare come io lo stia facendo. Ciò che ho cercato di fare è stato mettermi in relazione stretta il più possibile con i miei personaggi, che in parte sono davvero esistiti ed in parte sono frutto della mia fantasia. Poi mi interessa molto questa domanda perché mi porta alla memoria un dibattito che ho intrapreso con un mio amico romanziere, che anche lui scrive spesso romanzi storici, e ci chiediamo come si fa a pensare e a tornare indietro e recuperare totalmente la mentalità dell’epoca… il mio parere è che ciò non è possibile farlo in maniera esaustiva. Penso che il passato sia perso, in questo senso. Ciò che rimane sono i dati ed i fatti storici, e bisogna lavorare con quelli. Nello scrivere però ci sarà sempre una sensibilità moderna che trasparirà tra le righe. Il segreto è quello di ottenere una sensazione di autenticità in linea con i tempi in cui si ambienta lo scritto. E spero sempre che risulti autentico.

La quarta domanda riguarda il suo personaggio Celia, che è una ragazza inglese rapita dai pirati turchi e rivenduta all’Harem. Un episodio simile è narrato nelle cronache storiche: Cecilia Venier Baffo fu rapita ed inserita nell’Harem, divenendo Nurbanu, la preferita ed in seguito la madre del nuovo sultano. Quanto Cecilia, persona, ha influenzato Celia, personaggio, visto anche l’assonanza del loro nome?

È molto interessante che tu citi Cecilia Venier Baffo. Gli studi più recenti, anche se non c’è mai certezza, indicano che probabilmente non fu lei Nurbanu. Sembra che Nurbanu fosse una donna di origine greca e non veneziana. Io l’ho scoperto a metà stesura di questo libro. A me è interessata molto la storia di Cecila Venier Baffo, tanto che nel libro ho fatto ogni tanto parlare il personaggio in italiano proprio per questo motivo. Ci sono altri studi che affermano che fu Nurbanu a definirsi veneziana perché nata in territorio commerciale della Repubblica di Venezia, anche se in Grecia, e perché Costantinopoli aveva seri legami commerciali con Venezia.

So che ha viaggiato molto nella sua infanzia per via della carriera diplomatica di suo padre, e che ha continuato anche nella sua vita a vivere e a percepire nuovi posti. Quanto questo percorso costellato da spostamenti in realtà diverse ha contribuito ad influenzare la sua letteratura?

Molto! Sono andata molte volte ad Istambul per assorbire il luogo, ma era la prima volta che mettevo piede nel Medioriente. Nella mia infanzia non abbiamo mai girato in quelle zone. Viaggiare ha avuto una grande influenza per diventare scrittrice, e penso lo sia per molti che hanno il pallino di diventare scrittori. Probabilmente vedere nuovi posti porta a prendere appunti con fotografie, con un quaderno. I temi dei miei primi lavori sono stati, appunto, libri di viaggi.

Le figure trattate nel libro sono figure femminili particolari. Su quale caratteristica sofferma la sua attenzione, quale aspetto del comportamento femminile ha influenzato la creazione dei personaggi?

Spietata ambizione… No scherzo. Si può pensare che scrivere una storia di un Harem possa sottolineare la sessualità e la sensualità femminile, e che questo fosse la tematica da rimarcare maggiormente. Ma facendo le mie ricerche mi sono resa conto che in realtà questo aspetto era sostanzialmente marginale. Essere una donna in quel tempo comportava sicuramente dei rischi, Le caratteristiche migliori e più utili erano l’intelligenza e l’ambizione, oltre che la capacità di adattamento e la risolutezza nelle decisioni, senza lasciare troppo spazio ai ripensamenti. Non dobbiamo dimenticare che si trattava di donne molto giovani che venivano strappate dalla loro realtà, dalle loro tradizioni oltre che dalla loro famiglia… quindi la flessibilità e la capacità di adattamento erano sicuramente caratteristiche primarie e irrinunciabili. Questi aspetti sono stati decisamente più interessanti per me, invece che la sola seduzione del sultano o fantasticherie erotiche cui spesso si legano al concetto di harem, e nel libro l’ho sottolineato più volte. In effetti il sultano era certamente una persona importante, ma lo era ancora di più la madre, denominata Valide Sultan, che aveva un potere incredibile all’interno dell’harem stesso.

1500 e giorni nostri. Due donne soffrono per amore, per ragioni diverse influenzate dall’ambiente e dal secolo in cui vivono. Amore come prigionia vera o fittizia, simbolica. Paradossalmente, sembra Elizabeth la vera prigioniera del rapporto, benché sia apparentemente libera dal carcere dorato dell’harem…

La schiavitù può essere interiore. Non avevo pensato a questa connessione tra l’idea della schiavitù e la libertà interiore fino a questi giorni, durante le interviste… argomento che è emerso più chiaramente anche per me. Elizabeth, la protagonista dei giorni nostri, è estremamente dipendente e subisce una schiavitù sentimentale che la blocca in molti aspetti della sua vita. L’ironia è che deve raggiungere Istambul e l’harem, che è a sua volta il prototipo dell’idea di schiavitù, per riuscire a liberarsi dei suoi vincoli. Non sono stata abbastanza scaltra da rendermene conto mentre lo scrivevo, ma grazie alle interviste è emerso.

L’essere figlia di un diplomatico, può consentire la reale integrazione nel luogo in cui si vive?

L’esperienza diplomatica rispecchia esattamente l’indole delle persone. Molte famiglie come la nostra desideravano vivere in esclusivo contatto tra di loro, ricreando una piccola Inghilterra ovunque si spostassero. Io ho avuto la fortuna di far parte di una famiglia che amava il contatto con il luogo. I miei genitori erano dei viaggiatori, e quindi ogni volta che eravamo in un Paese lo esploravamo seriamente. Ma si rimane sempre un outsider allo stesso tempo, e non è un discorso negativo a priori, anzi, ti consente sempre un interessante punto di osservazione dall’esterno.

Il romanzo è strutturato per contrapposizioni temporali, e il punto di vista femminile ne è il cardine: Elizabeth e Celia, cosa le accomuna e in cosa si differenziano?

Per certi versi si assomigliano molto, sono due persone molto gentili. Qualcuno ha pensato che Elizabeth e Celia fossero l’una la trasposizione dell’altra, con il divario di oltre quattrocento anni, ma in effetti non è così. Quando scrivevo il libro mi sono molto interessata a descrivere le capacità di Elizabeth di ricercare gli avvenimenti del passato, in particolare quello di una persona come Celia. La sensazione che ha di essere quasi perseguitata dalla presenza di Celia, non è tanto una fantasia, come può sembrare, bensì è la propensione verso Celia e lo scoprire cosa le sia realmente successo. È la sensazione che hanno i biografi quando gli sembra di poter scorgere l’oggetto delle loro ricerche con la coda dell’occhio. Era questa la sensazione che volevo trasmettere. Anche se ogni tanto lascio intendere una percezione soprannaturale di Celia.

Turchia ed Europa: come vede l’ingresso di questo Paese nella comunità europea, alla luce della storia, della cultura e della realtà di ogni giorno… sempre in contatto seppur contrapposte?

Personalmente penso che la Turchia debba far parte dell’Europa. Certo ci sono degli aspetti culturali molto differenti rispetto alla nostra mentalità, ma questo vale anche per molti altri paesi dell’Europa orientale, ad esempio. Io mi sentirei altrettanto vicino alla Turchia come alla Polonia. Inoltre penso che avere un alleato mussulmano importante sarebbe un bene. I turchi sono sempre stati il nemico, nella storia, ma penso che sia ormai un discorso legato alla storia stessa, e non più all’attualità.

 

Con quest’ultima domanda si conclude l’intervista a Katie Hickman. Un’esperienza piacevole resa possibile sempre dalla gentile Francesca Rodella, responsabile dell’ufficio stampa della casa editrice Garzanti.

 

 

Di Svevo Ruggeri & Annalisa Tantini

 

 

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