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Festival del Film di Roma 2013: presentazione di “Border”

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Festival del Film di Roma 2013: presentazione di “Border”

Alessio CremoniniL’empatia di un viaggio nella sofferenza di un popolo senza voce, quello siriano che si palesa

Border” è l’ultimo film di Alessio Cremonini, ispirato ad una storia vera, ambientato nella Siria nell’aprile del 2012, all’epoca di una crisi che ha fatto 100.000 vittime e 2 milioni di profughi, di cui un milione bambini, costretti a cercare rifugio in Egitto, Turchia, Libano, e Giordania. E “Border” è proprio la storia di due sorelle, che devono fuggire per raggiungere quel “confine” (border appunto) che garantirà loro la salvezza e la libertà di poter disporre della loro vita e delle loro scelte, quali il niqab, considerato una minaccia in quanto si ritiene che chi lo indossa sia contro il governo. Il film, presentato al Festival Internazionale del Film di Roma, si avvale della preziosa collaborazione, nella scrittura, di Susan Dabbous, giornalista italo siriana freelance a Gerusalemme che, nell’aprile del 2013, fu sequestrata con altri tre italiani e tenuta prigioniera per dieci giorni.

Alessio Cremonini. «Da italiano mi sono accorto che questa storia c’entra molto col nostro paese: Italia e Siria hanno molto in comune. Spesso i rifugiati si nascondono in grotte che in precedenza erano tombe romane; S. Paolo si è convertito sulla strada di Damasco; siamo geograficamente la nazione più vicina alla Siria ed entrambi i paesi si affacciano sul Mediterraneo. Non a caso è stato girato in Italia: molte zone assomigliano alla Siria. Poi mi ha spinto l’indignazione per quello che accadeva. Questa storia vera è un film da indignato come tutte le persone che vi hanno partecipato. Tutti i siriani hanno subito lutti o sono rimasti feriti, anche con gravi amputazioni, qualora non uccisi. Basti pensare che il terzo protagonista di questo film, Wasim Abo Azan (nel ruolo di Bilal), non può essere qui con noi poiché è dovuto andare via dopo la post-produzione: non ha potuto rinnovare il passaporto siriano scaduto (dato che l’ambasciata siriana a Roma è chiusa da mesi) e, sebbene vivesse in Italia da 10 anni, la legge nostrana non gli ha permesso di restare. Ha dovuto chiedere asilo politico in Svezia. Ho cominciato a cercare storie e mi sono imbattuto in questa vicenda che ho reso cinematograficamente. Ho accolto la comunità siriana ed ho cercato di farmi accogliere da loro, tramite Susan Dabbous: c’è stato un arricchimento personale reciproco significativo. È stata un’operazione importante. All’inizio si vedono le immagini di alcuni massacri che altrimenti non sarebbero documentati. Il cinema siriano da questo punto di vista è molto deficitario. Se un adolescente siriano volesse vedere un film su una strage di 25 anni fa non potrebbe farlo, poiché non vi sono film che testimonino fatti passati. Noi italiani, invece, abbiamo film che raccontano della nostra storia passata. Inoltre questa è stata un’opera fortunata anche dal punto di vista del casting. Sono stati gli attori stessi, infatti, a reclutare gli individui giusti per interpretare i vari ruoli, con un effetto domino ben riuscito. Un ringraziamento anche a Francesco Melzi D’Eril (produttore di Memo Films) che ha dato immediatamente il suo consenso al progetto ed ha accettato la richiesta di girare un film a basso costo, senza chiedere finanziamenti allo Stato. Per due ordini di motivi: primo poiché ottenere denaro pubblico richiede procedure complesse e tempi lunghi che non avevamo; secondo mi è sembrato ingiusto, in un momento di crisi economica, chiedere soldi; volevo dimostrare di avere la capacità e le potenzialità di fare un film che potesse essere eventualmente anche finanziato».

Susan Dabbous. «Si tratta di un film reale, nel senso che rispecchia bene la realtà dei fatti accaduti e del posto; al cinema spesso vengono riprodotte storie vere, ma completamente artefatte. Invece questo film tratta la vicenda originaria in modo sensibile, disadorno, sobrio, la rappresenta senza esprimere un giudizio in modo moderato, col giusto equilibrio dell’impatto iconografico su quello emotivo; si schiera da una parte facendo vedere l’altra. Pertanto non è di certo un documentario, ma ha un valore documentale enorme. Mi unisco col cuore ed ho un’empatia forte con la gente del posto e con le protagoniste nel dire che non esiste più la Siria di un tempo, meta di vacanze estive, di bimbi vestiti a festa; ora ci sono bambini immersi nel fango, con malattie scomparse che stanno riaffiorando in Siria quale la poliomelite. Sono stata lì e sono stata ostaggio per una decina di giorni. Ho vissuto esperienze molto dure; delle volte crollo ancora ripensandoci ed andando lì a lavorare. Abbiamo raccontato una storia dura nei termini più realistici possibili».

Francesco Melzi D’Eril (produttore di Memo Films). «Abbiamo raccontato una storia dolorosa conosciuta fino ad un certo punto. In quattro giorni siamo riusciti a mettere insieme le magre finanze del film. Sono stato due volte in Siria e mi ha sempre colpito positivamente. Un plauso anche allo sceneggiatore, un ottimo nuovo regista che ha lavorato con pochi soldi ed in situazioni disagevoli».

Dana Keilani (nel ruolo di Aya). «È stata una grande occasione che ci ha permesso di raccontare e di parlare della nostra storia, dando voce ai siriani, a un popolo oppresso che non ha modo di far valere i suoi diritti; abbiamo dato voce al bisogno di far vedere la realtà. Ho una sorella che vive all’estero e non vedo da molto tempo: l’ho sostituita con Fatima (alias Sara El Debuch). Quando nel film ci separano mi veniva davvero da piangere; è stato così naturale volersi bene veramente. Anche dopo aver terminato le riprese siamo rimaste in contatto ed anche con gli altri attori. La tragedia ci unisce: nelle strade dove un tempo prima si camminava, ora ci sono i cadaveri. È stato difficile girare poiché da poco tempo i bombardamenti avevano distrutto la casa di Wasim; ha potuto vedere le immagini della sua abitazione rasa al suolo solamente tramite Fb e la sua famiglia è stata costretta a lasciare Damasco per rifugiarsi in Turchia. I miei genitori mi raccontano la normalità di sentire il rumore degli aerei sul cielo di Damasco che lanciano le bombe, anche mentre vai a fare la spesa. Vedere la bimba, innocente eppure sporca, non è stato piacevole; ma ormai lì è così purtroppo».

Sara El Debuch (nel ruolo di Fatima). «Mentre recitavo mi sentivo veramente Fatima. Per questo motivo ero, al contempo, triste e felice: triste pensando alla sofferenza di quella donna e di tutte le siriane nel vedere morire la gente sotto i loro occhi e nel subire soprusi violenti; felice per poter dar voce a quella richiesta d’aiuto e di pari diritti e dignità. Mettendo in scena tutta questa umanità, con Dana-Aya e gli altri abbiamo creato una sorta di grande famiglia. Andando ancora a scuola non avrei mai pensato che avrei fatto un film, e soprattutto così importante. Non è stato facile recitare e trasmettere tutte quelle emozioni forti e così vere, dato che è un film da recitare col cuore più che con la mente o col corpo. A provare in piccole quantità il dolore che provano in Siria in misura maggiore stavo malissimo, anche perché ho già perso mio zio ed ho rivissuto un po’ quei brutti momenti».

 di Barbara Conti