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Festa del Cinema di Roma 2016: alcune pellicole interessanti

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Festa del Cinema di Roma 2016: alcune pellicole interessanti

L’undicesima edizione della Festa del cinema è ormai archiviata. I premi sono stati assegnati, ma vogliamo segnalare altri titoli interessanti, passati un po’ in secondo piano nella programmazione della Festa del Cinema di Roma 2016: Layla M., Bublé Tour Stop 148, la Ultima Tarde, 7:19.

Layla M.

Layla M.

Tra i film della sezione “Alice nella città” che meritano una citazione: Layla M., della regista Mijke de Jong. La storia di una ragazza musulmana che lotta per la sua libertà. Cerca, vuole e pretende la sua indipendenza, ma non è facile. Neo giovane sposa, il marito la vorrebbe sempre reclusa in casa, dedita alle faccende domestiche e con indosso il velo. Invece lei sogna dei figli e ama andare nei campi profughi o alla moschea, giocare a calcio con le altre ragazze. Poi c’è il terrorismo e l’allerta jihad. Suo marito vuole diventare martire come kamikaze, gettando Layla nella disperazione. La conclusione è il senso di vuoto, smarrimento, incertezza e inquietudine di fronte al futuro in cui la giovane si ritrova; occorrerà rispondere all’interrogativo: suo marito è morto o vivo? Lo scenario è dipinto con uno stile asciutto, senza estremizzazione dei toni né in un senso né nell’altro. Intanto sullo sfondo si apre il panorama (apocalittico) del conflitto religioso, oltre che di quello identitario della giovane, tra cristiani e musulmani e la polemica (sempre viva) del burqa. Cosa significa poter essere una ragazza e donna libera in quella realtà? Un film per le scuole, presentato in anteprima davanti a circa 800 studenti.

Tour Stop 148

Tour Stop 148

Nella categoria “In Concorso”, invece, da segnalare assolutamente il “film musicale” di Michael Bublé: Tour Stop 148, per la regia di Brett Sullivan. Musica, divertimento, intrattenimento allo stato puro. La forma più alta dello swing, una melodia di classe e qualità che entusiasma milioni di fans ogni volta. Michael Bublé ha un carisma eccellente, è in grado di costruire un’empatia unica con il pubblico. Ama interagire con gli spettatori: legge i loro cartelloni, li chiama sul palco e ‘gioca’ con loro con simpatia sincera ed amichevole. Lo stesso fa con tutto il personale del suo staff (costituito già da un po’ di tempo dalle stesse persone); ormai sono come una famiglia e insieme hanno superato tante difficoltà. Quando si parte per un tour si è in giro per due anni senza mai né fermarsi né tornare a casa. Poi solo dieci giorni di vacanza consecutivi. Molte coppie hanno divorziato (anche dopo 15 anni) per questa distanza e lontananza prolungata che porta assenza. Tuttavia non sono mancate le sorprese, con proposte di matrimonio e dichiarazioni rigorosamente live. Tra l’altro Bublé è molto legato al nostro Paese, come noto, avendo un nonno di origine italiana; tanto che il cantante canadese è naturalizzato italiano. Michael è inarrestabile e instancabile. Canta anche se sta poco bene e deve imbottirsi di medicine. Sul palco si scatena. Il concerto affascina non solo per gli effetti speciali, ma per il ritmo. Canta e balla e poi, ciò che più ama Bublé, è scivolare da un gradino-pedana montato apposta. Interessante che il film musicale non ci mostri solo un concerto o una tappa, ma l’intero tour. L’artista di Burnaby è felice e soddisfatto, realizzato. E si vede. Quando sale sul palco trasmette tutta la gioia di esibirsi davanti ai fans che non smette di ringraziare ogni giorno (appena alzato e la sera come ultimo pensiero), per aver permesso che si trovi lì di fronte a loro. Solare, allegro e un po’ burlone, è una persona molto spontanea.

La ultima tarde

La ultima tarde

Infine non si può parlare de La ultima tarde di Joel Calero, per il modo in cui è costituito. Una coppia si rivede per divorziare dopo decenni. Ma davvero si può divorziare dal proprio passato? Dopo quasi 20 anni a cosa si ha ancora diritto? Possibile ancora ricostruire tutto, ricominciare, azzerare ogni cosa e fare finta di niente? Soprattutto, si può dimenticare e perdonare? Due ex si ritrovano a discutere del più e del meno nell’attesa di firmare l’accordo della separazione. Molte le scoperte che faranno. Intanto camminano molto. Brevi spostamenti, ma in fondo è come se questo avanzare non portasse a un grande cambiamento. Quasi che assistessero a corsi e ricorsi storici sempre uguali. Un’immutabilità, un procedere immobile. Mentre parlano dei conoscenti comuni, del lavoro, di calcio, di crisi economica e di politica. Ma davvero un ideale politico o un senso di patriottismo di attaccamento a una nazione può dividere due persone? Davvero le persone cambiano? Un film sull’assenza e sul ritorno, in cui si riflette su cosa si sia disposti a fare per amore. Uno sguardo su quello che, ai tempi del terrorismo e della globalizzazione, mostra come è cambiato il mondo dopo vent’anni. Un nuovo inizio per i due protagonisti per vedere se ancora si sanno parlare e ascoltare. Interessante che non vi sia inizialmente molta azione, mentre nel finale prende più piede e movimento anche la storia.

7:19

7:19

Un po’ come i 7:19, per la regia di Jorge Michel Grau. Qui i protagonisti conversano, si confrontano e discutono dopo il crollo della palazzina (alle ore 7:19 appunto) a causa di un potentissimo terremoto. Sopravvissuti, la lotta per la vita per loro si fa sempre più atroce, come la paura. Il senso di oppressione e soffocamento più forte quando vi sono altre scosse che fanno cedere ancor di più la struttura sopra di loro. Tirare fuori tutto in punto di morte quasi, sensi di colpe e verità scomode, denunciare le irregolarità nella costruzione e la scorrettezza di chi, al potere, ha pensato solamente a guadagnare e prendere soldi, ai propri interessi a scapito della sicurezza. La loro incolumità è minata come i valori umani e la fiducia nell’altro. Un film forte eppure costruito solamente con un’ambientazione misera e molto essenziale, ma al contempo pregna di valore simbolico, evidenziando la disperazione dei sopravvissuti. Riusciranno ad uscirne vivi tutti?