Festa del Cinema di Roma 2016: Denial – la verità negata

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Festa del Cinema di Roma 2016: Denial – la verità negata

Denial - la verità negata - locandinaUn’arringa e l’arte della parola al servizio della memoria. Per rendere onore al ricordo di chi ha vissuto l’Olocausto. In uno dei casi più scandalistici e animati di tutti i tempi.

Una sfida epocale, una lotta tra Davide e Golia per rispondere alla domanda: l’Olocausto è davvero esistito o è tutta un’invenzione? Un duello finito in tribunale, che ha portato a “una vittoria della storia senza precedenti“, come scrisse il Times. Un caso letterario, diventato poi storico, giuridico e giudiziario, etico, morale, deontologico, razziale e politico; ed anche sessista e di genere, nonché un po’ nazionalista. Una sentenza di 333 pagine e un processo che ha visto circa 32 udienze. Un solo giudice ad analizzare il materiale. Un solo obiettivo, ovvero esaudire i seguenti interrogativi: dove sono le prove? Dove le convalide? Un caso sui generis anche e soprattutto per il modo in cui è stato condotto: nel Regno Unito non esiste la presunzione di innocenza, pertanto si è applicata “una difesa a bomba atomica“, come fu definita. Una storia vera. Un processo nato per una causa di diffamazione, tra l’altro neppure l’accusa più grave che venne mossa. Tutto questo è Denial – la verità negata, film per la regia di Mick Jackson. Quest’ultimo è ben noto al pubblico per “The Bodyguard” (“Guardia del corpo”, con Kevin Costner e Whitney Houston). Presentato in concorso alla undicesima edizione della Festa del cinema di Roma, Denial – la verità negata ha appassionato il pubblico con una ricerca della verità liberatoria, che ha ricordato un po’ quella di “Truth – il prezzo della verità“, con Robert Redford e Cate Blanchett (altro prodotto cinematografico presentato qui al Festival Internazionale del film di Roma lo scorso anno).
Per quanto non si tratti di per sé esclusivamente di un vero e proprio caso giornalistico come ‘Truth’, Denial – la verità negata sicuramente assume anche un rilevanza mediatica tale da diventarlo quasi: un caso finito sulle prime pagine dei giornali con titoli ad effetto degni dei migliori scandali politici.
Tutto comincia quando l’insegnante Deborah Lipstadt, studiosa ed esperta di Olocausto, accusa lo storico Irving di essere ‘un negazionista dell’Olocausto‘ e di aver mistificato la realtà dei fatti storici a favore di una teoria che riabilitasse Hitler e di apologia nei suoi confronti. Tesi di innocenza a sostegno del Führer da parte di un autore che la difesa definì antisemita e razzista. Immediatamente, da parte di Irving, scattò la denuncia per diffamazione nei confronti di Lipstadt e della casa editrice che pubblicò il suo libro sull’Olocausto. Ovviamente fu subito chiaro che non si trattava solamente di una disquisizione di carattere letterario-editoriale, ma che aveva a che fare con la storia mondiale e pertanto anche di tipo deontologico-interpretativo. Ma la sfida tra i due protagonisti assumeva sfumature di genere poiché di fronte si trovavano una donna ebrea e dall’altro un uomo sostenitore del nazismo. In più l’ambiente e il contesto mettevano di fronte un’insegnante americana soggetta e giudicata con normativa britannica: scontro Usa-Regno Unito indiretto e velato, che porta persino a una riflessione giuridico-legislativa. Non solo. Due personalità di carattere e di spicco, che mostrarono tutta la loro ostinazione e determinazione. Il film racconta tutto il processo, ma in particolare affascina per il modo con cui è mostrato tutto il coraggio di entrambi di andare sino in fondo. Irving sa bene che il processo potrà essere per lui molto compromettente ed è lui stesso a parlare di ‘immagini di un’esecuzione: la mia‘. L’etichetta di ‘negazionista’ può costargli molto caro, ma ciononostante è pronto a fare ricorso ed a negare. Sempre. Ostentando un’invidiabile sicurezza e ripetendo allo sfinimento di aver vinto e di avere lui ragione. Almeno fino a prova contraria, come si dice sempre in queste situazioni. O anche no.
Sfrontato, Irving è un avversario temibile per la Lipstadt. Mistificatore e menzognere, sa raccontare bene ‘bugie’ inventate e costruite ad hoc, facendole sembrare reali e inoppugnabili. Tuttavia la Lipstadt non ha paura ed è disposta ad andare sino in fondo per rendere giustizia alle vittime e ai sopravvissuti dell’Olocausto; lei vorrebbe farli testimoniare in nome del diritto di espressione e lei stessa vorrebbe esporsi (per sé e per loro) in prima persona. Le verrà impedito, ma ciò che per lei conterà di più è racchiuso nelle parole che rivolge nel finale ai sopravvissuti: “siete stati ricordati e la voce della sofferenza è stata ascoltata“. Soddisfatta perché era stata resa loro giustizia, ma soprattutto perché hanno trionfato la verità e la libertà di espressione. Quello che colpisce è, infatti, che la vera riabilitazione sia quella della libertà di pensiero, parola e opinione. Ogni idea e concetto può essere espresso arbitrariamente purché corrisponda al vero e non serva a circuire e indirizzare l’opinione pubblica. Forse un bene di cui troppo poco spesso ci si rende conto del valore e per cui anche gli ebrei sono morti. Pertanto non ha paura Lipstadt e non si ferma neppure davanti alle intimidazioni. Del resto il suo nome (Deborah) significa ‘combattente’, ‘leader’. Interpretata da una buona Rachel Weisz, il film ha un tono mite, moderato, equilibrato, senza retorica, sentimentalismi o emotività spinta all’eccesso.
Arte della parola ben impersonificata, oltre che da Lipstadt, anche da David Irving (un valido Timothy Spall), abile demagogo e animale da talk show. Ma soprattutto, in particolare, dall’avvocato che difende la Lipstadt: il sorprendente, tenace ed eccellente Richard Rampton (Tom Wilkinson). Egli ritiene di poter battere Irving proprio nel suo campo di oratore da audience e di massa. Non solo, dalla sua ha la verità dei fatti che trionferà. La sua concezione riprende l’aforisma di Goethe secondo cui ‘Il codardo minaccia solo quando si sente al sicuro‘; in altri termini, Irving è meno forte e deciso di ciò che voglia far apparire. Più vulnerabile, basta scoprire i suoi punti deboli. Studiando l’intero diario che tiene da decenni. Dunque una linea filosofico-esistenzialista che viene sfiorata. Reale. Tutto parte nel film dal libro “Denying the Holocaust: the growing assault on Truth and Memory“. In realtà il film Denial – la verità negata si ispira al vero testo della Lipstadt “Denial: Holocaust History on Trial“. Ben evidenziate nei titoli le parole chiave (verità, memoria, storia, processo), il libro uscirà per la prima volta in Italia il 15 novembre edito Mondadori con il titolo di: “La verità negata (Denial)“. Inoltre è attesa per il prossimo anno la pubblicazione di un altro volume: “The Anti-Semitic Delusion: Letters to a Student“. Docente all’Emory University di Atlanta, Lipstadt ha ricevuto il premio come migliore insegnante, l’Emory Williams Teaching Award. Oggi è a capo della Commissione per l’antisemitismo al Museo dell’Olocausto degli Usa. Un impegno costante e duraturo perché per lei ha assunto il significato della vita stessa, in nome di una legge morale interiore che la faceva sentire obbligata e in debito con i sopravvissuti dell’Olocausto. La durata del processo (dal 5 settembre 1996 all’11 aprile 2000), infine, mostra di quanto si tratti di questioni senza tempo. In fondo questo è la memoria: un ricordo immutabile che dura eternamente, come l’atmosfera che si respira ad Auschwitz.