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Festival Internazionale del Film di Roma 2014: Il mio amico Nanuk

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Festival Internazionale del Film di Roma 2014: Il mio amico Nanuk

Il mio amico Nanuk

Il mio amico Nanuk

Un universo tutto da scoprire e da salvaguardare, che conosciamo con gli occhi di un adolescente, Luke, e del suo amico Nanuk: un cucciolo d’orso golosone e giocherellone

Dopo il successo lo scorso anno di “Belle et Sébastien”, alla nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma arriva, sulla stessa linea d’onda, un altro prodotto cinematografico di notevole livello: “Il mio amico Nanuk”, per la regia di Roger Spottiswoode e di Brando Quilici per le scene artiche. Presentato con un “evento speciale”, uscirà in tutte le sale il 13 novembre. Sicuramente ha dato un valore aggiunto alla kermesse, in quanto non è una semplice, la solita come molti potrebbero pensare, storia d’amicizia tra un bambino ed un animale. Qui c’è molto di più. Non si raccontano solamente le avventure di un adolescente, Luke, e del suo amico Nanuk: un cucciolo d’orso, strappato alla madre, che lui intende riportare da lei. Questo loro viaggio verso il Nord, non è solamente il racconto romanzato di formazione di questo adolescente, che cresce proprio grazie all’esperienza che vive col suo amico animale. C’è anche quella degli altri personaggi che ruotano intorno a lui, poiché mano a mano verrà svelato un segreto del passato tenuto all’oscuro, che cambierà molte cose. Non solo. In questo che è, al tempo stesso, un film d’avventura ed un documentario, c’è anche una forte impronta realistica. Con precisa meticolosità, si è studiata nel tempo la storia degli Inuit, che nel film ci viene trasposta in maniera dettagliata e veritiera. Un prezioso insegnamento per far capire approfonditamente il mondo in cui vive questo popolo: un Artico, troppo spesso considerato distante, un deserto di ghiaccio, senza vita quasi. Invece, qui, il viaggio di Luke e di Nanuk servirà a far conoscere tutte le creature che lo animano. Infine, nota che consacra definitivamente questo film che si preannuncia campione d’incassi, è l’interessamento e la trattazione alla problematica dei cambiamenti climatici, su cui si vuole sensibilizzare. Molto spesso non ci si rende conto dei danni che i comuni atteggiamenti, non conformi al rispetto dell’ambiente, possono provocare. Invece saranno le conseguenze derivanti da essi a provocare le vicissitudini che vivranno Luke e Nanuk. Quella de “Il mio amico Nanuk” non è solo la storia di una grande amicizia, ma quella del duplice ricongiungimento di una madre con un figlio: Nanuk con mamma Orsa, e Luke con la sua, umana. Dunque una storia d’amore, che spinge anche ad essere disposti a lasciar andare, se si vuole davvero bene: come fa Luke con Nanuk, tra le lacrime. E qui i momenti di commozione non mancano; infatti, durante la proiezione, sono nati spontaneamente lunghi applausi; in particolare su due scene: quella dell’abbraccio di Luke con la madre e l’altra in cui mamma Orsa riempie di coccole il suo cucciolo e si rotolano insieme sulla neve. Una storia di cambiamento, che si spera possa sollecitare a rispettare un habitat assolutamente da salvaguardare e tutelare. Su questo ha insistito particolarmente Quilici. Un modo per equiparare il mondo animale e quello umano, poiché in fondo il modo in cui amano è lo stesso. Per cui non c’è ragione per cui i cacciatori debbano cacciare orsi per farne zerbini per il bagno, con la pelliccia anche dei cuccioli. E lo stesso vale per foche ed orche. Le mamme sono sempre disposte a tutto pur di proteggere i loro cuccioli, per cui quello che ci insegna il film è che “le persone che contano di più –commenta Spottiswoode- sono i più piccoli; gli unici in grado di cambiare il mondo”. La storia, tratta dall’omonimo libro, acquista valore anche con la scelta del cast: Dakota Goyo (Luke), Bridget Moynahan (nei panni di Madison, la mamma di Luke); e Goran Visnjic (nei panni di una guida Inuit, amico del padre di Luke).

Proprio la figura di quest’ultimo è particolarmente interessante. Luke, infatti, si appellerà a lui per riportare Nanuk al Nord, poiché è esperto. All’inizio Luke, infatti, segue le orme del padre, poi si rende conto che da solo non può farcela. In realtà, infatti, seppur continuerà senza aiuto degli adulti, nella sua impresa non sarà solo: c’è sempre con lui il suo amico Nnauk. Ed i due si salveranno a vicenda, reciprocamente, condividendo tutto, anche il cibo. Nanuk, che significa “orso vagabondo”, infatti è molto goloso. Tuttavia preziosissimi per Luke, che imparerà a non aver paura e ad essere coraggioso, saranno gli insegnamenti del padre. Che lui ricorda tutti a memoria. Tra questi: non bisogna fuggire davanti alle difficoltà; sarai un uomo se riuscirai a non perdere la testa quando tutti la perderanno; se riuscirai ad aver fiducia quando tutti dubiteranno, pur non dimenticando la ragione del loro dubitare; se riempirai anche solo una minima parte della giornata con qualcosa che valga la pena vivere. Ed è così che si arriva a quella sorta di “danza della felicità”, come sembra fare Nanuk sulla neve, una volta liberato da Luke. E questa, infatti, è una storia di liberazione, di corsa verso la libertà. Anche nelle parole di Muktuk (Visnjic, la guida), il messaggio è chiaro. Rivolgendosi a Madison le spiega che lei e il marito hanno dato a Luke il coraggio, ora lui sta dimostrando di essere pronto a diventare un uomo: lui qui sulla neve e sul ghiaccio si sente a casa e impedirglielo sarebbe come impedirgli di respirare. Un’aquila non vola perché la mamma sia tranquilla. Vola perché è il suo istinto, è quello che la legge della natura gli impone. E non si può evitarlo: metterla in gabbia sarebbe come ucciderla.

Potrebbe sembrare “una storia da igloo”, come dice Luke per proteggersi dalla tempesta che lo ha assalito e costretto a mettersi al riparo. In realtà è una storia di vita, quella dell’Artico; un ambiente ostile, ma forse dove è anche più facile vivere purché si rispettino le leggi della natura. E il realismo è nelle stesse parole di Muktuk, che rivolge nei confronti della popolazione Inuit: “sono persone speciali. Siamo noi che stiamo distruggendo il loro habitat e, nonostante ciò, loro ci accolgono ancora a braccia aperte”. Tutto questo ne fa un prodotto di qualità, che lo fa distinguere dal resto anche per il fatto di aver girato e vissuto in quel posto realmente, con orsi veri.

di Barbara Conti