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Festa del Cinema di Roma 2015: Il bambino di vetro

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Festa del Cinema di Roma 2015: Il bambino di vetro

Il bambino di vetro - ©SilviaGerbino

Il bambino di vetro  - ©SilviaGerbino

Il bambino di vetro – ©SilviaGerbino

L’ambiguità tra famiglia naturale e quella mafiosa nella Sicilia odierna

Il bambino di vetro“, opera prima di Federico Cruciani, non è solo un film sulla mafia. Proiettato in una Sala Sinopoli dell’Auditorium gremita per la numerosa presenza delle scuole, di sicuro è un film per i ragazzi, che li vede protagonisti. Se subito si può pensare a “La mafia uccide solo d’estate” di Pif, presente alla decima edizione della Festa del cinema di Roma con “Ridendo e scherzando“, dopo poco che si è visto il film di Cruciani è chiara la differenza tra i due prodotti cinematografici. In “Il bambino di vetro” si narra in maniera realistica, anche se non violenta, e non favolistica. Il tema principale è la  famiglia e soprattutto l’ambiguità tra quella naturale e quella mafiosa. La Strada Sacramento che compare nel film, creata ad hoc, si riferisce proprio al vincolo matrimoniale. “L’intento era mostrare che possono accadere cose terribili tanto in una famiglia criminale e mafiosa, quanto in quella tradizionale. Allora una famiglia può uccidere? Avrei potuto concludere col dramma, ma ho preferito lasciare un finale aperto“, ha spiegato il regista. Cruciani, poi, in conferenza stampa ha speso qualche parola per la conclusione del film, che ha lasciato un po’ interdetto il pubblico, risultando poco comprensibile. Lui, però, ha difeso bene la sua opera prima, mostrandosi convinto di quel finale che “lascia sospesi i due personaggi principali (il piccolo Giovanni e Vincenzo Vetro) nel silenzio, che serviva una volta usciti dalla situazione principale. Non mi interessava far ascoltare ciò che si dicono perché sarebbero potute essere parole piene di retorica; ma ho preferito continuare a far sentire la quotidianità“. Anche dalla produzione Revolver c’è la stessa convinzione nel film, tanto da puntare di più su una distribuzione internazionale, più che italiana, tramite festival esteri in Europa o Estremo Oriente ed anche Sud America; oppure c’è un forte interesse verso la distribuzione televisiva e intanto si resta in vetrina a vedere quello che farà e quale sarà la risposta della Rai. L’attore co-protagonista Paolo Briguglia, siciliano, ha voluto evidenziare quanto si mostrino cose vere, situazioni reali che accadono sul serio: bambini che giocano con i coltelli o con le pistole e se le portano poi anche a scuola.  “Il bambino di vetro” non è crudo. Certo il dialetto ha creato non pochi problemi, ma una spiegazione particolare merita il titolo: racchiude l’ambiguità in sé con le fragilità del bambino protagonista. ‘Di vetro’ lo si può attribuire a lui o all’altro che scopriamo nel finale; può derivare dal cognome paterno quanto simbolicamente rimandare persino alla fragilità del piccolo. Il film, ha precisato il regista, proseguendo, “è ispirato a un romanzo scritto da un amico nel 2008. Fu poi l’aver incontrato un bambino siciliano, in una zona borderline, che si confrontava con un adulto 50/60enne ad essere illuminante“. Certo il giovane attore che interpreta il piccolo Giovanni è “molto intelligente e sensibile“, “ed è più vivace di quello che appare in pellicola; sul set era molto istintivo e spesso abbiamo improvvisato“, ha confessato Briguglia. Insomma, un regista che è riuscito a realizzare il film che voleva anche nella scelta delle musiche. Anche il produttore lo ha lasciato molto libero e a Cruciani spettava la decisione ultima. Oltre a questo, altra soddisfazione gli è venuta poi dall’inserimento de “Il ragazzo di vetro” nella categoria “Alice nella città“, che ha lo stesso nome di uno dei suoi dieci film preferiti (quello omonimo di Wim Wenders del 1973), che ha rivisto molteplici volte e che ha influenzato anche la sua opera prima. Nessun cliché o stereotipo, però, per lui che ha ricercato l’originalità. Se persino il titolo rimanda (ma solamente nel nome e non nel contenuto) a “Il ragazzo invisibile”, Cruciani si è voluto concentrare sull’ambiguità della famiglia mafiosa e quella naturale, tramite i personaggi ambigui per eccellenza del padre e della madre di Giovanni; e tramite i luoghi: “le pistole, le armi, la violenza contrastano con le luci della fabbrica di luminarie che attraggono il piccolo protagonista. La mafia può nascondersi ovunque, in mezzo alla gente più comune“, ha rimarcato il regista, in nuclei familiari religiosi e credenti o in famiglie agiate e lussuose. Stupisce quanto, in fondo, si parli poco nel film: con dialoghi brevi e concisi, essenziali, ma efficaci.

di Barbara Conti