Roma Fiction Fest 2014: il cinema e il fenomeno globale “The Walking Dead”

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Roma Fiction Fest 2014: il cinema e il fenomeno globale “The Walking Dead”

Roma Fiction Fest 2014 - Gale Anne Hurd - ©Silvia Gerbino

Roma Fiction Fest 2014 - Gale Anne Hurd - ©Silvia Gerbino

Roma Fiction Fest 2014 – Gale Anne Hurd – ©Silvia Gerbino

La master class con la produttrice Gale Anne Hurd

Terminator, Aliens, The Abyss sono solo tre dei titoli che hanno cambiato per sempre il genere del sci-fi e che, oltre alla magistrale direzione di James Cameron, celano uno dei nomi più richiesti della produzione mondiale: quello dei Gale Anne Hurd, Executive Producer californiana che oggi è anche dietro il successo di The Walking Dead.

Un fenomeno globale quello della serie targata AMC, come dimostra The Walking Dead – Most DeadicatedFans, il documentario trasmesso nella prima giornata del Roma Fiction Fest 2014, che racconta un tour mondiale partito nel 2010, attraverso i cinque continenti: un affetto viscerale che salpa dal Comic-Con di San Diego per raggiungere i fan in Europa, Asia, Australia e Africa. Cast e crew si trovano di fronte a veri e propri fenomeni di massa, ai quali si è arrivati grazie a uno show popolare che mai, però, ha sacrificato la qualità in nome dell’audience.

Ed è proprio questo uno dei temi affrontati dalla Hurd, in una lunga e interessante master class che, nel pomeriggio del 13 Settembre, ha riempito la Sala Sinopoli.

  • Com’è nato il suo amore per il cinema?

Ho iniziato ad amare il cinema da subito, praticamente da quando ho imparato a leggere. Alla science-fiction mi sono avvicinata anche grazie a mio fratello, che era un assiduo lettore di fumetti. Il punto di svolta però è arrivato durante una trasferta universitaria in Inghilterra: è stata una lezione di Film e Broadcasting a farmi capire che avrebbe potuto diventare una carriera.

  • Lei ha reinventato un genere, quello della fantascienza, realizzando dei film che hanno cambiato per sempre il cinema. Cosa l’ha ispirata e come si trova il coraggio di fare film innovativi?

Non ho dubbi: 2001 Odissea nello spazio di Kubrick è stata la mia prima vera fonte d’ispirazione per quello che riguarda il genere sci-fi. Quando l’ho visto per la prima volta mi sono detta: ecco come si fa un film di serie A.

  • Terminator è indubbiamente uno dei film che ha “lasciato il segno” nell’immaginario di tutti. Credo che la carriera di Arnold Schwarzenegger l’abbiate praticamente inventata Lei e James Cameron.

Mi state dando troppo credito. La cosa divertente è che in origine, il protagonista di Terminator, Kyle Reese, era completamente diverso nella mia idea del film e anche James la pensava così: lo immaginavamo con una fisicità e una presenza che in qualche modo si “armonizzasse” e si fondesse con la pellicola. Capirete da voi che Arnold era quanto di più lontano dal personaggio! Ma poi ci è stato suggerito d’incontrarlo: la cosa divertente è che, quando ci siamo visti per definire l’ingaggio, a pranzo ha dovuto pagare lui perché quel giorno non avevamo abbastanza soldi. Ci pensate? L’attore che stavamo per scartare!

  • E come avete capito che era quello giusto?

Arnold è uno che non molla: quando ha qualcosa da fare, va dritto all’obiettivo. Un po’ come il personaggio di Reese.

  • Quando produce un film si fida ciecamente del regista o partecipa alla scelta del cast?

Sono molto collaborativa ma ho una mia opinione: non accetto ciecamente le scelte del regista anche quando mi fido.

  • Cinema e televisione: in un’epoca dominata da colossal e sequel, non sempre di grande qualità, le storie più interessanti si stanno spostando sul piccolo schermo. E il pubblico sembra gradire di più la serialità. Perché?

Gli studios hanno chiaramente paura d’investire in progetti coraggiosi: fanno scelte “sicure” trattando temi banali, che però incontrano in qualche modo i gusti del grande pubblico. Anche la gente però sceglie quando paga il biglietto per un film. Quindi è un circolo vizioso. La TV è un mezzo più fruibile: con lo sforzo che mettiamo in un grande film per il cinema, produciamo almeno 60 ore di contenuti per il piccolo schermo. Senza contare che il cinema implica una decisione “faticosa”: i tuoi amici ti chiedono di andarci, vedi se t’interessa il titolo, forse dici di no; la televisione ormai può essere vista dal computer, da un tablet dal telefono. Un prodotto seriale ben fatto crea una forma di affetto nei confronti dei personaggi: se si perde un episodio si perde un pezzo di storia, che però si può recuperare con le nuove tecnologie.

  • Non so se segue le serie TV: se sì, quali avrebbe voluto produrre?

Certo che le seguo. E avrei voluto produrre… I Simpson!The Americans (anche se non so se sia o meno arrivata in Italia), House of Cards e Breaking Bad: sono tutte serie che hanno dei protagonisti molto forti e che trascinano il pubblico.

  • Parliamo del fenomeno The Walking Dead: cosa l’ha affascinata di questo progetto?

Ero una fan del fumetto, che è stato pubblicato nel 2003. Non era tanto la questione degli zombie a interessarmi quanto i personaggi alle prese con questa situazione: un’infezione che prima o poi avrebbe contagiato tutti, condannando le persone a trasformarsi in qualcosa di orribile. In questo caso si diventa esseri umani costretti a uccidere i propri cari nella più totale inconsapevolezza. Se vediamo la situazione dall’altra prospettiva, le persone sono costrette a uccidere per sopravvivere, per difendersi ma questa scelta implica un’altra scelta: quella di rinunciare a una persona che ami, che però non è più la stessa che conoscevi. Ecco: credo che lo show abbia successo perché affronta una questione morale ed etica. E finché si affrontano in maniera efficace questi temi, il pubblico continuerà sempre a gradire questo genere di programmi.

  • Quanto conta il pubblico nelle vostre scelte? Abbiamo visto tanta gente morire e, chi si affeziona ai personaggi, spesso ci rimane male…

Lo so. Ma c’è una buona notizia: nello show è coinvolto Robert Kirkman che è uno degli autori del fumetto. Finché ci muoviamo nella direzione pensata da lui, non credo si possa sbagliare. Ma i fan per noi contano moltissimo, perché sono la fonte del nostro successo. Quindi se con Frank Darabont[n.d.r. il regista] sbagliamo qualcosa, vogliamo saperlo. Le critiche dei fan sui social sono importanti: ne teniamo conto.

di Lucia Gerbino