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Neil Young ri-anima le Terme di Caracalla

Neil Young - caracallaIl cantautore canadese tira fuori la sua anima più rock, in un live dinamico ed entusiasmante

In momenti di piattume discografico, mai come in questi anni dominati da un indie rock in fase terminale e da live di giovani e aitanti musicisti che si limitano ad eseguire scalette preconfezionate e conformi agli standard digitali, le chitarre sporche e tirate di Neil Young e dei Promise of the Real sono un toccasana per i cuori degli amanti del rock.

Il suggestivo sfondo delle Terme di Caracalla, tempio dell’Opera, non spaventa il settantenne Neil Young, che si presenta sul palco come sempre, maglietta nera, cappello da baseball infilato al contrario, jeans aderenti e l’intramontabile camicia a quadri di flanella.

Il pubblico nemmeno si accorge del suo arrivo sul palco, alle 21.00 e qualche minuto.
Seduto al pianoforte, tra il brusio degli spettatori impegnati perlopiù a mangiare, il cantautore inizia il suo concerto romano, preceduto da alcune contadine intente a spargere semi e fiori sul palco.

Non a caso Young affida l’apertura del live a Caracalla ad After the Gold Rush “Look at Mother Nature on the run in the nineteen seventies”, un testo contro la guerra e sul rapporto con la natura negli anni settanta, sprezzanti e protesi verso quella “corsa all’oro” che ha causato danni irreparabili alle generazioni successive.

Il messaggio ecologista è da subito molto chiaro, il nuovo album dal vivo Earth (che campeggia sulla t-shirt indossata da Young) è infatti una raccolta dei testi più pungenti e critici verso le multinazionali. Da Vampire Blues, On the Beach, Ragged Glory, fino alle nuove canzoni di The Monsanto Years, ultimo album in studio con la nuova formazione dei Promise of the Real.

Solo sul palco, con la caratteristica armonica a bocca e la chitarra acustica, Neil Young non si lancia in commenti e spiegazioni ma affida i messaggi alle sue canzoni con Heart of Gold e The Needle and the Damage Done, prima di spostarsi all’armonium e intonare una struggente e bellissima Mother Heart (Natural Anthem).
Chiude così la prima parte in acustico e prepara il pubblico ad una session ad alta tensione, tra country e rock.

Parafrasando Marshall McLuhan, per Neil YoungIl palco è il messaggio” e dopo le contadine in jeans, ad accompagnare l’ingresso dei Promise of the Real compaiono tre disinfestatori in tuta e maschera antigas, ricreando uno scenario post atomico con tanto di sirene in sottofondo.

Da set acustico il palco si trasforma in pochi minuti in una jam session, Lukas e Micah Nelson, figli del countryman Willie, sono giovani e bravi e i Promise of the Real si fondono bene con le sonorità di Neil Young.
Spingono sul pulsante del country in lunghe tirate con Out on the Weekend, Hold back the Tears, Unknown Legend, Human Highway, From Hank to Hendrix, fino ad una insolita cover jazz di Nel blu dipinto di blu (Volare) di Modugno.

Particolarmente ispirato Neil Young concede al pubblico di Caracalla un duetto a sorpresa, “riunisce la famiglia” con la leggenda del country Willie Nelson, con Are There Anymore Real Cowboys e On the Road Again. Stupito ed entusiasta il pubblico si lancia in un lungo applauso e il live continua, senza nemmeno un minuto di pausa, con un lungo set rock.

Neil Young e i Promise of the Real alternano classici a pezzi meno noti e dal carattere ecologista, Words (Between the lines of age), Alabama, Love to Burn, Mansion on the Hill, Powderfinger, I’ve Been Waiting for You, Mr. Soul dei Buffalo Springfield, Western Hero, Vampire Blues, After the Garden, Country Home e chiudono la lunghissima session con due brani dall’ultimo album “The Monsanto YearsSeed Justice e Monsanto Years.

Trascinato dalla furia rock dell’inarrestabile cantautore canadese, il pubblico finalmente si alza in piedi per una memorabile Rockin in the Free World in versione elettrica e lascia trasparire tutto il calore, a tratti sopito anche a causa della austera location.

Neil Young e i Promise of the Real, come un gruppo di affiatati ragazzini in una sala prove, si abbracciano in cerchio e salutano il pubblico con il sorriso, certi di rientrare dopo qualche minuto per eseguire l’ultima e la più cupa canzone del rocker Hey Hey, My My (Into the Black), cantata a squarciagola e sentita dal pubblico di Caracalla.

Questo live di Neil Young, come i recenti di David Gilmour e Bruce Springsteen al Circo Massimo, apre a numerose considerazioni sullo status del rock oggi.
Concerti sempre sold out, eventi che diventano memorabili, in barba alle tante band indie e alternative rock che si contendono la scena.
Un’eredità che cantautori, impegnati intellettualmente e socialmente, hanno lasciato alle nostre generazioni e che l’industria discografica odierna (in profonda crisi) non promuove, lasciando ai social la scelta di un consumo pronto e veloce.

Sono i grandi che ancora tengono banco e, come dei genitori anziani ma non troppo, ci ricordano che siamo degli esseri umani e non dei prodotti, che dovremmo assumerci la responsabilità di avere un punto critico sul mondo.
Rock and Roll can never die, o almeno si spera.