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Le interviste di Eclipse: Sebastiano Gavasso

Sebastiano Gavasso

Sebastiano Gavasso 2Tra teatro, cinema e web, un percorso impegnativo ma denso di creatività

Sebastiano Gavasso può essere considerato l’attore del momento.  Ha già all’attivo esperienze internazionali, grazie anche al suo percorso formativo che lo vede formarsi dapprima al al PACPerth Actors Collective di Perth, Western Australia per poi continuare alla Scuola Internazionale di Teatro di Roma.

Attualmente in scena al Teatro Carcano di Milano (prossimamente a Roma al Teatro Eliseo) con Arancia Meccanica e al Cinema con Zeta, film di Cosimo Alemà, sulla scena rap e hip hop italiana, Sebastiano Gavasso si è fatto anche notare per la webserie JesVlog – il Vlog di Gesù di Nazareth (scritta con Carla Marcialis e diretta da Gianpiero Alicchio) dove, con ironia e intelligenza, offre pillole periodiche al popolo del web.

Promotore della petizione di Change.org contro l’archiviazione del caso relativo alla morte del ciclista Marco Pantani, con il supporto della madre di Marco e la Fondazione Pantani, sta anche lavorando allo spettacolo biografia sul ciclista che debutterà in prima assoluta il 5 giugno.

Sebastiano Gavasso ha lavorato inoltre con Laura Morante, Sergio Rubini, Francesco Rosi, Giuseppe Tornatore, Massimo Bonetti, Damon Lockwood e Mark Storen.

Ed ecco a voi l’intervista che ha rilasciato ai microfoni di Eclipse Magazine:

 

  • Sul set del primo vero film “hip-hop” italiano con il regista Cosimo Alemà. Come hai vissuto questa esperienza?

È stata una bellissima esperienza: formativa, interessante, divertente. Quando ho avuto la conferma del ruolo avevo i brividi per la gioia, e durante le riprese la fiducia e lo spessore umano e professionale di Cosimo e di tutta la 999 hanno reso tutto ancora più piacevole. Non è il primo film che interpreto, ma credo che Zeta rappresenti un’ottima occasione sia artistica che lavorativa che mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con attori talentuosi, istintivi e sinceri e un mondo diretto ed essenziale come quello della scena rap. Il mio personaggio, Luca Boni, rappresenta l’antagonista di Zeta sia in amore che nelle scelte di vita: di un’altra età, di un’altro contesto sociale, apparentemente pieno di certezze, raffinato ma non gelido, è il datore di lavoro di Gaia cui lei si appoggia in un momento di crisi. Insomma l’icona di una scelta “sicura”, “matura”, non necessariamente noiosa, ma certo meno in linea con la vera anima di Gaia. L’amore però si ciba d’istinto, la felicità anche, e se è già difficile legarsi a qualcuno, figuriamoci quanto possa essere difficile condividere la vita con la persona sbagliata.

 

  • Cinema, teatro, vlog. (Come) hai scelto di diventare attore e quali momenti hanno segnato il tuo percorso umano e professionale?

È sempre difficile spiegare il perché si sia scelto di diventare attore, ancora più complesso definire il come, per questo la migliore risposta a questo tipo di domanda è : perché non avrei saputo fare altro. Scherzi a parte, prima di iniziare la Scuola Internazionale di Teatro (cui sono arrivato accompagnando il mio fratello di scena Diego Migeni ) mi sono laureato in Filosofia e Storia e recitare mi è sembrato il modo più naturale per proseguire lo studio del pensiero, dei comportamenti e delle emozioni umane. Fondamentale è stato il viaggio a Perth (Western Australia) in cui ho potuto approfondire un metodo interpretativo piuttosto differente da quello della tradizione italiana ( Heath Ledger era di Perth e ho avuto l’onore di studiare con una delle sue prime insegnanti). Il legame con l’Australia si è poi sviluppato quando ho tradotto e messo in scena con la mia compagnia Cattive Compagnie Horse Head dell’australiano Damon Lockwood con cui abbiamo vinto il Roma Fringe Festival 2012 e abbiamo partecipato al New York Fringe Festival 2013 recitandolo in inglese e meritando una menzione sul New York Times! La svolta umana e professionale è nata dall’incontro con Luciano Melchionna che considero il mio maestro, che mi ha preso nel cast di Dignità Autonome di Prostituzione con Il tra le pietre: un suo monologo che è divenuto la mia seconda pelle, tanto da farmi scegliere da Gabriele Russo per il ruolo del drugo Dim nella versione teatrale di Arancia Meccanica, un film (e un libro) che ho tatuato nell’anima. L’urlo di gioia quando dal Teatro Bellini mi hanno chiamato per dirmi che ero stato scelto per il ruolo temo risuoni ancora nel mio palazzo! Grazie ad Arancia Meccanica ho trovato anche l’Amore, e con quello tutto è più facile. In mezzo tanto buon cinema in lingua italiana e inglese/australiana, e un vlog su YouTube in cui interpreto un Gesù moderno, tenero e sarcastico: JesVlog!

 

  • Ci racconti il tuo lavoro con Michele Diomà?

Conobbi Michele all’Università Roma Tre, lui faceva il DAMS, io Filosofia. Dirigeva Il giuoco delle parti di Pirandello, con un’impostazione molto provocatoria ma con profondissime basi culturali (come tutto il suo cinema), lì colsi la possibilità di diventare attore e da lì è nata la nostra collaborazione che poi è divenuta cinematografica (lui, io, i gabbiani di Roma e di Parigi, e una telecamera) con L’ultimo sogno di Howard Costello, film muto nato poco prima di The Artist, con cui andammo alle Journees du Cinema Italien di Nizza a competere con grandi produzioni e mostri sacri del cinema italiano! Poi abbiamo proseguito con Born in the U.S.E. , dove oltre a Tornatore, Rossellini e Bacalov, c’è l’ultima apparizione del grande Francesco Rosi. E’ una docu-fiction dedicata ai 120 anni del Cinema per la quale siamo stati menzionati al Festival de Guadalajara. Ora stiamo lavorando a progetti diversi, seminiamo il più possibile altrove in attesa di far fiorire nuovamente qualche cosa assieme nei prossimi anni.

 

  • On stage. C’è palco e palco. Come gestisci il tuo ruolo attoriale e non solo tra schermo, quinte e web?

Apparentemente sono tre linguaggi diversi, ma quello che li accomuna è la ricerca della verità…tenendo sempre a mente (e nel respiro, nella voce, nel corpo) che la verità non è necessariamente la realtà. Si può recitare il Joker, Batman o magari Gesù in maniera assolutamente credibile e veritiera, e poi non riuscire a rendere altrettanto credibile e veritiero un personaggio assolutamente quotidiano, “reale”. Il fulcro sta secondo me nel lavoro che si fa sulla creazione del personaggio, sui punti di contatto con la nostra vita e le nostre emozioni, e sul rendere quindi le nostre emozioni interessanti e coinvolgenti per coloro a cui vogliamo trasmetterle. Pensare, respirare, agire come penserebbe, respirerebbe, agirebbe il personaggio, rispettando la sacralità del recitare senza mai smettere di giocare.

 

  • Che cosa ti attira dei linguaggi sperimentali del cinema e della comunicazione?

La volontà di ricerca, quand’anche fine a sé stessa, perché il cercare è ancora più interessante del trovare . La parte fondamentale di ogni viaggio non è la meta, ma il viaggio stesso. Mi affascina l’idea dell’ Ulisse dantesco (e non solo) che una volta tornato a Itaca decide di ripartire.
Quel che non bisogna mai dimenticare però è che l’arte è comunicazione e scambio, quindi se sperimentare porta a chiudersi si può contro-sperimentare cercando di aprirsi e lasciarsi leggere il più possibile.

 

  • Dai funny games di Arancia Meccanica al lavoro biografico su Pantani. Come vivi il teatro? Puoi darci qualche anticipazione dello spettacolo che stai preparando su Pantani?

Più che vivere il teatro, mi lascio vivere dal teatro, che a differenza del cinema ti da la possibilità di essere in scena senza bisogno di nulla a parte la tua anima, il tuo corpo, il tuo respiro. Il cinema è una salita in cui serve una bicicletta. Il teatro è la salita. La bicicletta sei tu. Per questo è stato meraviglioso potermi avvicinare alla storia di un eroe tragico, terribilmente vivo e vero come Marco Pantani. Dello sportivo conoscevo poco, mentre l’uomo, i suoi occhi, il suo sorriso, la sua fatica mi hanno rapito l’anima. Le ultime vicende giudiziarie stanno confermando che c’è ancora molto su cui indagare, sulla sua morte nella stanza D5 e su chi l’abbia messo Fuori dal Giro. L’obiettivo di tutti noi che stiamo lavorando allo spettacolo, e di tutti coloro che vogliono pedalare per Marco, è quello di restituirgli la dignità che gli è stata rubata: come sportivo e come uomo. Posso dire che debutteremo il 5 Giugno, e che sarà uno spettacolo che avrà il vero come soggetto, l’utile come scopo, l’interessante come mezzo. Vi invito intanto a firmare la petizione su www.change.org/Pantani

 

  • Tornando a Zeta, film con il quale sei in sala dal 28 aprile. A quale pubblico si rivolge e quali messaggi nuovi credi trasmetta?

Zeta è una storia umana, umanissima, fatta di cuore, rabbia, sfide, stimoli, cadute, errori, vittorie e sconfitte con un eroe, o forse è meglio dire una serie di eroi, assolutamente vicini a ciascuno di noi, che seguono una “linea tragica”: ascesa, crisi, rinascita. Credo possa rivolgersi a qualsiasi pubblico. Non parlerei di messaggi nuovi o vecchi, o di messaggi giusti o sbagliati, profondi o leggeri, ma di messaggi inviabili e recepibili , è un film schietto, diretto, che come il rap vola come una farfalla e punge come un’ape.

Ringraziamo Sebastiano Gavasso per l’intervista, con la speranza di risentirci per parlare di nuovi progetti di successo, come quelli che lo stanno impegnando in questa attuale frazione della sua vita artistica.