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black-sabbath-dio6I Black Sabbath, l’heavy metal, il “maloik”: la storia leggendaria di Ronnie James Dio

L’“heavy” è una vocazione, una necessità interiore. È la lingua madre che, una volta imparata, non si può più dimenticare.

Nel momento in cui Ritchie Blackmore, dopo la pubblicazione di “Long Live Rock ‘n’ Roll” (Polydor Records, 1978), decide di fare scelte più commerciali, di scrivere “love songs” – insomma, come dirà Ronnie James Dio in seguito, di diventare una “popstar” – il cantante ha solo due parole da dirgli: “Cya, mate” (“Ci vediamo, amico”).“Clean and simple”. Dio lascia i Rainbow e dà un taglio netto al passato per essere immediatamente reclutato nella band regina e madre del giovanissimo genere “heavy”, i Black Sabbath.

I Sabbath, orfani del co-fondatore Ozzy Osbourne, vivono l’ingresso del nuovo membro come una vera rivoluzione. Ronnie James Dio, a differenza del proprio predecessore, ha un approccio estremamente razionale alla musica. È professionale, rispettoso della forma e sembra immune dagli eccessi tipici dei colleghi, senza che questo rappresenti un limite al feeling ed alla carica emotiva. L’alchimia che si sviluppa in sala offre nuova linfa alla creatività della band: il bassista Geezer Butler dirà poi di esserne stato “nuovamente ispirato”, dopo le molte difficoltà culminate con la rottura della prima formazione. I due album realizzati nel periodo, “Heaven and Hell” (1980) e “Mob Rules” (1981), sono vette inviolabili del “classic” metal. Completi, multiformi e bellissimi, sono anche estremamente distanti dal “doom”, dalle atmosfere vitree ed agghiaccianti di “Black Sabbath” e del decennio precedente: pur nella durezza dei suoni e della struttura, infatti, i pezzi si fanno improvvisamente caldi, avvolgenti, toccanti in un modo fino ad allora sconosciuto. Compaiono il rock ‘n’ roll e le melodie struggenti, con grande disappunto dei puristi della prima era. La voce di Ronnie James Dio, capace di cantare “attraverso” gli accordi e non più solo “lungo” gli accordi – come dirà poi il chitarrista Tony Iommi – apre al gruppo nuove possibilità: Ozzy, per quanto espressivo, perfetto per il sound tagliente degli anni precedenti, era stridente e sgraziato; Ronnie, invece, è impeccabile e virtuosistico. Se Ozzy poteva raggelare il pubblico fino all’esaltazione, Ronnie riesce ora a farlo bruciare nelle fiamme di un metal molto più versatile ed accogliente. “But first/ You got to burn/ in fire” (“Heaven and Hell”, 1980, versione live). Sui geniali riff di Tony Iommi e sulle mirabolanti linee di basso di Geezer Butler, che cantano quanto e più della melodia, Ronnie James Dio passa in un attimo dalla poesia alla furia, dal tormento acido, gutturale e soffocato alla potenza ineguagliabile della voce piena. La leggenda vuole che il pezzo che apre la nuova era, “Children of the Sea” (1980), venga scritto già durante il primo incontro in sala prove, nel giro di una sola notte.

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Children of the Sea (Heaven and Hell – Sanctuary Records, 1980)

Dopo la pubblicazione di “Heaven and Hell” il batterista Billy Ward lascia il gruppo e viene sostituito da Vinnie Appice, la cui carriera sarà legata a doppio filo a quella di Ronnie James Dio negli anni a venire. Sembra che Ozzy Osbourne, parlando della nuova formazione, dica in quei giorni “Geezer e i tre italiani”, per via delle comuni origini di Dio, Iommi e Appice. Il gusto del nuovo frontman, durante i tour sabbathiani, inizia a virare verso l’estetica barocca che caratterizzerà, poi, i futuri allestimenti dei Dio. È proprio in questo periodo che, ispirandosi alla superstizione della nonna italiana, Ronnie crea il “maloik”, l’“evil eye”, il gesto delle corna a pollice chiuso che è oggi il simbolo indiscusso del metal. Sintesi dell’autoaffermazione e della ribellione estatica del rock, il “maloik” scaccia il male e tutto quello che il male porta con sé: «Molte persone credono che sia qualcosa di diverso da quello che è… …in realtà, questo [il maloik] significa lunga vita al rock ‘n’ roll!”».
Le performance dal vivo della band vengono raccolte nel “Live Evil” (1982), nel quale Ronnie esegue anche parte del repertorio della formazione “tradizionale” dei Sabbath. A causa di incomprensioni sorte proprio durante la lavorazione dell’album (l’ingegnere dei suoni, che ha problemi con l’alcool, accusa Dio di aver alzato i volumi della voce a scapito di quelli di chitarra e basso, generando attriti tra i membri della band), il cantante si allontana e decide finalmente di fare da sé. La storia dei “suoi” Black Sabbath, però, continua ancora. Nel 1992, anno della prima reunion, nasce “Dehumanizer”, probabilmente l’album più “contestualizzato” dell’intera carriera di Ronnie James Dio, concentrato sui temi della modernità e della tecnologia [“Program the brain, not the heartbeat” (“Computer God”, 1992)]. Dopo ben 17 anni, poi, con l’uscita di “The Devil You Know”(2009), la formazione di “Mob Rules” regala ai fan un’ultima, inaspettata e dolcissima illusione d’eternità.

di Cristina Scatolini

– Leggi anche:

– Falling Off the Edge of the World (Mob Rules – Sanctuary Records, 1981)

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– I (Dehumanizer – I.R.S. Records, 1992)

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Svevo Ruggeri
Svevo Ruggeri
Direttore, Editore e Proprietario di Eclipse Magazine