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Ronnie_James_Dio1963Gli esordi, gli Elf, i Deep Purple, Ritchie Blackmore: la storia leggendaria di Ronnie James Dio

Too many flames/ with too much to burn/ and life’s only made of paper” (“Over and Over”, 1981). Le citazioni, quando si parla di Ronnie James Dio, non servono a molto. Le sue canzoni, il suo messaggio, la sua lunghissima produzione musicale devono essere ascoltati dalla sua voce, passare attraverso di lui.

Le sue parole hanno cantato gli aspetti più oscuri della vita, il lato mitico e immaginifico del “male”, l’ombra e la luce nelle quali ogni giorno ci muoviamo come protagonisti di una storia fantastica. In più di cinquant’anni di attività discografica, lasciando un segno indelebile sui più importanti gruppi dell’hard ‘n’ heavy, Dio ha osservato il mondo attraverso la lente della magia e del fantasy, trasformando la rabbia, l’inquietudine e la sofferenza dell’età contemporanea in uno scenario leggendario e senza tempo. A 7 giorni dalla scomparsa, Eclipse vuole rendere omaggio al maestro del metal ripercorrendo la prima delle tre fasi nelle quali può essere idealmente suddivisa la sua straordinaria carriera.
Nato a Portsmouth, ma cresciuto a Cortland, New York, Ronald James Padavona è figlio di emigrati italiani. Il cognome originario della sua famiglia è avvolto nel mistero: quello ufficiale, iscritto all’anagrafe, sembra sia dovuto all’errore di un impiegato non proprio abile nello spelling. Il suo anno di nascita (il 1942, si dice oggi) viene a lungo tenuto segreto, mentre è noto il giorno del compleanno, il 10 di luglio, che viene anche festeggiato on stage nel 1994. Giovanissimo, viene avviato dal padre allo studio della tromba, grazie al quale affina le tecniche di respirazione che gli permettono di perfezionare, poi, il controllo della voce. Il suo esordio risale alla fine degli anni ’50 e – per quanto possa sembrare incredibile oggi, alla luce della sua carriera successiva – avviene nell’ambiente rockabilly di Cortland con il gruppo dei The Vegas Kings, in seguito rinominati The Red Caps e poi ancora The Prophets, per i quali è anche bassista. Non ha ancora vent’anni quando, con voce immacolata e cristallina, registra su 45 giri successi tipici dell’epoca come “An Angel is Missing” (1959). È durante questa primissima fase della sua attività musicale, e precisamente nel 1961, che sceglie di adottare il nome di Ronnie Dio, ispirato al gangster italo-americano Johnny Dio.
La conversione al rock avviene nel 1967 con la formazione degli Electric Elves, della quale fanno parte anche il cugino David Feinstein (poi nei The Rods) ed il chitarrista Nick Pantas, che muore nel 1970 in un terribile incidente d’auto nel quale è coinvolta tutta la band. Notati da Roger Glover, bassista dei Deep Purple, che decide di produrli, e abbandonato poi l’aggettivo “electric” – ormai inflazionato nell’ambiente musicale e troppo scontato – gli Elf, quattro ragazzi di piccola statura (Ronnie James Dio è alto solo 5feet 4inches, circa 163 dei nostri cm) che vogliono essere come i Led Zeppelin (“like heavy people”, dirà Ronnie poi), diventano il gruppo spalla della storica hard rock band di Ian Gillan e soci a partire dal 1972, negli incredibili anni di “Machine Head”. Gli Elf registrano tre album da studio, interessanti ibridi di blues e rock melodico, ed un doppio live, il “Live at the Bank” (1972), nel quale Ronnie esegue, tra le altre, le cover di Black Dog” dei Led Zeppelin, “Aqualung” dei Jethro Tull e “War Pigs” dei Black Sabbath, che si troverà poi a cantare “da titolare” dieci anni dopo. Quando il chitarrista Ritchie Blackmore lascia i Deep Purple, nel 1975, per dare vita al proprio progetto musicale – i Rainbow – gli Elf vengono ingaggiati in blocco ed il primo album realizzato, “Ritchie Blackmore’s Rainbow” (1975), ricco di immagini fantastiche e suggestioni medioevali, rivela finalmente quella che sarà la vena compositiva di Ronnie James Dio negli anni a venire. Con l’entrata dell’indimenticato Cozy Powell alla batteria e con la sostituzione di tutti gli altri membri, la band acquisisce poi il sound inconfondibile di “Rainbow Rising” (1976), ancora oggi considerato uno degli album più “epici” della storia dell’hard rock, e del successivo “Long Live Rock and Roll” (1978), che contiene le cupe atmosfere di “Gates of Babylon” e la memorabile metafora scacchistica di “Kill the King”. La band realizza anche un album live, “On Stage” (1977), nel quale il cantante regala al pubblico una magistrale interpretazione di “Mistreated” (1974), brano del Mark III dei Deep Purple scritto per la voce di un altro gigante del rock, David Coverdale. Di lì a poco, al termine di un tour mondiale della durata di due anni, la carriera di Ronnie James Dio è destinata a separarsi da quella dei Rainbow e a subire l’inevitabile e definitiva svolta verso il più “heavy” dei generi musicali: l’ancora giovane ed inesplorato “metal”.

di Cristina Scatolini

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– Video:

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– Foto:

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Svevo Ruggeri
Svevo Ruggeri
Direttore, Editore e Proprietario di Eclipse Magazine