Simonetta Agnello Hornby: “Il male che si deve raccontare”

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Simonetta Agnello Hornby: “Il male che si deve raccontare”

Il male che si deve raccontare - Feltrinelli - Simonetta Agnello HornbyUna signora di nome Wanda

La signora Wanda. Milano, fine anni Cinquanta. Tempi di boom economico e mutamenti sociali. Wanda e suo marito non hanno figli; possiedono un bell’appartamento in centro, con un lampadario di cristallo e mobili finemente intarsiati. Lei si fa cucire i vestiti su misura dalla sarta, la quale non si stanca mai di dirle quanto, vista da vicino, somigli alla Pampanini. Ogni giorno la signora prepara il tè delle cinque per il marito che torna dal lavoro. E nel servirlo in preziose tazze di porcellana, screziate di rosa, occupa la parte del tavolo che dà sul cortile. Per mostrarsi ai vicini. E mostrare quanto siano felici insieme. Il marito, però, non è mai solo a questi appuntamenti pomeridiani. Lo accompagnano vistose signorine dall’aria trasognata e tanto rossetto sulle labbra. Tutte leggono “Bolero Film” e aspirano a una carriera nel cinema. E s’intrattengono piacevolmente con il marito di Wanda anche in camera da letto. Funziona così. Fino a che un salto nel vuoto, giù dal balcone, non pone fine alla fragile vita di quella signora di mezz’età di nome Wanda.

Altra storia. Medesima fine. Londra, anni Settanta. Mrs. P. vive con Josè, suo marito, colombiano, maestro di salsa, in un appartamento comunale ai piani alti. Lui però s’invaghisce di un’allieva e, da quel momento, prende a maltrattare la moglie. La colpisce ripetutamente su un orecchio, tanto da causarne la sordità. Poi, puntualmente, fanno l’amore. E lei lo perdona. Quando Mrs. P. giunge nello studio legale Hornby&Levy, che si occupa di diritto di famiglia, è già troppo tardi. La donna non si farà più vedere. Un anno dopo un trafiletto sul giornale così recita: “Giovane colombiano piange sconsolato la moglie suicida”. La coppia, nel frattempo, aveva cambiato casa. Il nuovo appartamento, fatalità, era sempre ai piani alti.

Nel libro “Il male che si deve raccontare” (Feltrinelli, 2013), Simonetta Agnello Hornby, con la collaborazione della filosofa Maria Calloni, riporta alcune delle storie che lei stessa ha vissuto, prima come semplice avvocato dello studio Hornby&Levy, poi come membro della divisione specializzata in violenza domestica. Una task force che vede le origini proprio in Inghilterra, e a partire da una necessità. Quella di restare vicino alle vittime che denunciano un sopruso, soprattutto donne, fino a che il procedimento giudiziario non sia stato avviato. Si tratta di una presa di posizione decisa contro un sistema basato ancora oggi sul disconoscimento dei diritti umani fondamentali. Ma non basta. Alla causa serve la donna giusta al momento giusto. Patricia Scotland lo è. Dominicana, cattolica, principe del foro britannico, approda alla Camera dei Lord durante il governo Blair. E da lì all’incarico di guardasigilli il passo è breve. Fino alla costituzione della Edv, la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence, una struttura che il 31 maggio metterà radici anche in Italia, a Milano precisamente, presso l’Università Bicocca. Il metodo Scotland, in Inghilterra, si snoda attraverso due percorsi irrinunciabili. Il primo, la creazione delle Multi-Agency Risk Assessment Conference (MARAC), un ente coordinatore centrale cui afferiscono le diverse istituzioni coinvolte (servizi sociali, polizia, studi legali, case di accoglienza, istituti per le case popolari). Il secondo passa attraverso la nascita di una nuova figura, l’IDVA, Independent Domestic Violence Advisor, nella fattispecie un assistente sociale che, dopo adeguata formazione, svolge il ruolo, delicatissimo, di angelo custode della vittima, dalla denuncia alla ricerca di un alloggio. In tempi ristrettissimi, s’intende. Meno di ventiquattr’ore.

Laddove il metodo Scotland è stato adottato, Spagna compresa, i risultati lasciano ben sperare. Il numero delle vittime di omicidi domestici, a Londra, è sceso da 49 nel 2003 a 5 nel 2010. Segno che qualcosa si muove, e nella direzione giusta. Ed è con la sensibilità della scrittrice, più che con il piglio dell’avvocato, che Simonetta Agnello Hornby racconta una lunga storia di brutalità. Fatta, talvolta, di convinzioni errate. Come quella che ci spinge a credere che sia il Sud del mondo, o dell’Europa, il luogo dove la violenza si annida maggiormente. Sbagliato. Già, perché in Svezia le donne oggetto di soprusi sono il 46%, contro il 14% dell’Italia. O come quella che ci fa sospettare degli immigrati, ignorando il fatto che in Italia le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza sono, nel 68% dei casi, italiane. Vittime di compagni, padri, fratelli italiani. Bianchi, istruiti, e con un lavoro stabile. Certo è che la prevaricazione, all’interno delle mura domestiche, si nutre di pregiudizi, lasciando poco spazio alla ragionevolezza delle parole. E nel silenzio che genera attorno a sé trova un suo complice eccellente.

Titolo: Il male che si deve raccontare

Aurore: Simonetta Agnello Hornby

Editore: Feltrinelli

Prezzo: 9 €

di Michela Carrara