La letteratura entra in tribunale: Il caso Ed Gein

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La letteratura entra in tribunale: Il caso Ed Gein

La sua figura ispirò romanzi e film

È un giorno di primavera del 1944. Alla periferia di Plainfield, nel Wisconsin, fa già caldo. Al punto che nella fattoria dei Gein, divampa un incendio. Le fiamme non lasciano scampo, e il più grande dei fratelli Gein, Henry, vi trova la morte. A causarne la fine, stando a quanto si legge nella perizia, fu l’asfissia, logica conseguenza di un pomeriggio trascorso nel tentativo di domare il fuoco. Peccato che, nella stessa, si legge pure che il povero Henry, al momento del rinvenimento, riportava una bella ferita in testa. Ragione per cui, all’epoca, i sospetti caddero sul fratello Edward Theodore, che era con lui, e che, sorprendentemente, seppe condurre le autorità nella zona esatta dove si trovava il corpo carbonizzato. Ma le maldicenze non ebbero seguito. Il giovane Ed rimase un uomo libero, che viveva con la madre, Augusta, in una grande fattoria, ai confini del mondo. Fino al 1945, anno in cui, la vecchia signora, già colpita da un attacco apoplettico che l’aveva costretta su una sedia a rotelle, morì, lasciando Edward solo con i suoi fantasmi.

A questo punto i segni che fanno presagire un fosco destino per Ed ci sono tutti. Un’infanzia difficile, trascorsa in balìa di un padre alcolizzato e violento; un’educazione religiosa a tratti delirante; l’isolamento ambientale e sociale, senza possibilità d’appello. E infine il trauma, che avvolge le speranze di rinascita in una spira mortale.

Apparentemente Ed è un ragazzo timido e introverso, parla poco, e, quando sorride, lo fa in una smorfia che disorienta. Unito in un legame perverso alla madre, sembra più piccolo di quello che è in realtà. Un bambino venuto su con troppa foga. Cresciuto laddove il silenzio della campagna custodisce segreti inconfessabili.

Il primo segreto spunta fuori il 17 novembre del 1957. È contenuto in un capanno degli attrezzi di proprietà di Ed Gein. E ha le forme e le sembianze del cadavere di Bernice Worden, una donna scomparsa giorni addietro in circostanze misteriose. Ed eccola lì, senza testa, appesa all’ingiù, orrendamente mutilata. Ma è solo uno dei tanti segreti di Ed. Gli altri si trovano nell’abitazione e corrispondono a numerose parti anatomiche utilizzate come macabri oggetti d’arredamento. A chi appartengono quelle ossa, quei nasi, quelle pelli, e quel cuore? Secondo quanto riferisce lo stesso Gein, si tratterebbe di organi prelevati dai cadaveri nei cimiteri, durante alcune spedizioni notturne. Ma non è tutto. Vi sarebbero, infatti, anche membra sottratte a incaute vittime della sua follia omicida. Una, in particolare, Mary Hogan, impiegata in una taverna, scomparsa nel 1954. Eppure qui la storia si interrompe bruscamente. A Gein fu possibile, infatti, attribuire soltanto due omicidi, anche se lui stesso lasciò intuire, più volte, come ne restassero molti altri, inconfessati. Compreso quello di una ragazzina, la cui sparizione risaliva a decenni prima. Il piano, sin dal principio, fu sempre quello, aberrante, di ricreare il corpo di sua madre deceduta, a partire da parti anatomiche femminili sottratte in giro. E rivestirsi poi di queste, nel tentativo disperato di far rivivere la donna. Ritenuto incapace d’intendere e volere, mentalmente fragile, a causa di una grave forma di psicosi delirante, scontò la sua pena in un manicomio criminale. Ma la sua vera storia inizia qui. Quando lo scrittore Robert Albert Bloch lo consacra agli onori della cronaca, ispirandosi a lui per il personaggio di Norman Bates del romanzo “Psycho” (1959). E, quando, solo un anno dopo, Hitchcock trasse dal libro l’omonima pellicola, destinata a un successo impareggiabile. Non basta. A Ed Gein sono dedicati anche il film “Il silenzio degli innocenti” (J. Demme, 1991), e il libro dello studioso americano Harold Schechter, “Deviant” (1998). Una vera e propria odissea nella mente criminale di un pluriomicida e di quanti assistono inermi allo svolgersi della tragica epopea americana. Con epilogo horror assicurato. Oggi Sacha Gervasi ripercorre la vicenda nel film “Hitchcock” (2013), raccontando la tormentata genesi di “Psycho” e le notti insonni del regista britannico, infestate dallo spettro di Gein. Come a dire, i peggiori fantasmi albergano già dentro di noi, e spesso hanno un volto insolitamente familiare.