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Jack Ketchum: l’uomo che terrorizza l’America

Jack_KetchumNon esiste scrittore che, dopo aver letto Ketchum, possa evitare di restarne influenzato, così come non c’è lettore che possa facilmente dimenticarsene”: parola di Stephen King, sua maestà in persona, che raramente elogia pubblicamente un suo collega.

Questo eterno ragazzo dell’horror, nato nel dopoguerra e cresciuto a suon di Elvis, dinosauri e libri di King, è riuscito a conquistarsi un posto d’onore nel cuore del pubblico e della critica. E pensare che nel 1981 la scomunica letteraria del Village Voice aveva bollato il suo “Off Season” come  “violenta pornografia”. Raccontare la vicenda di un gruppo di turisti che si perde nei boschi del Maine e viene divorato da una banda di cannibali, non è una di quelle storie che si scorda facilmente. Fu un pugno nello stomaco, anche per i giornali: ma le critiche  non scalfirono  minimamente la corazza di Jack Ketchum (al secolo Dallas Mayr), indurita da un’infanzia nomade e dai mille mestieri che si era inventato: figlio del baby boom, si era ritrovato ad essere attore, cantante, insegnante, agente letterario e barista. L’idea di scrivere horror gli venne un giorno sotto la pioggia battente, mentre cercava disperatamente un taxi: era un’altra orrenda giornata, spesa a fare un lavoro che odiava. Quando vide un taxi ci si  fiondò, ma dall’altra parte una povera vecchietta fece lo stesso. A quel punto Jack fece quello che solo un bastardo può fare: diede una spinta all’anziana signora e prese il taxi. Giunto a casa si chiese che persona fosse diventato e cominciò a scrivere.
Nonostante le critiche iniziali, Ketchum  si conquista un posto d’onore con “The box”, “Peaceable Kingdom” e “Closing Time”, vincendo in tutti e tre i casi il Bram Stoker Award. E invade anche il cinema con gli adattamenti dei suoi romanzi “The Lost” e “Red”, presentato al Sundance Film Festival del 2006. Eppure questo enfant terrible dell’horror, l’erede della tradizione di Stephen King, non ha ancora sconvolto l’America a dovere. Lo fa nel 1989, pubblicando “The girl next door” ( La ragazza della porta accanto), vero e proprio compendio degli archetipi della paura. La storia è tratta da un fatto di cronaca, uno di quelli che toglie il respiro e paralizza il corpo: nel 1965 l’opinione pubblica rimase sconvolta dalla morte di Sylvia Likens, una ragazza di 15 anni, torturata e uccisa dalla sua vicina di casa alla quale era stata affidata. Agli abusi e all’omicidio parteciparono anche i figli della donna: Jack Ketchum ripercorre la vicenda attraverso gli occhi di due ragazzini, come nella miglior tradizione del suo maestro Stephen King. Il fatto, ricordato come uno degli omicidi più atroci degli ultimi 40 anni, segnò la vita degli americani. Insegnò a tutti che l’orrore può nascondersi ovunque, anche nella porta accanto. E questo Jack Ketchum lo sa bene.

di Elisa Carrara

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Svevo Ruggeri
Svevo Ruggeri
Direttore, Editore e Proprietario di Eclipse Magazine