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Venezia Cinema 2010: Ascanio Celestini non è una pecora nera

02/09/2010 | admin | Le Interviste di Eclipse | 44 views   Print This Post Email This Post

Ascanio_Celestini_2L’attore e scrittore romano sceglie il Festival di Venezia per il suo esordio cinematografico


Scrittore, attore teatrale, cantastorie, audtore televisivo (Parla con me) ed ora anche regista cinematografico: Ascanio Celestini declina il suo talento poliedrico con naturale creatività.

Dopo aver guadagnato l’attenzione del pubblico con una scrittura fortemente legata alla ricerca sul campo e all’indagine nella memoria di eventi e questioni legate alla storia recente, l’artista romano sbarca al Lido con il suo primo lungometraggio La Pecora Nera, presentato nella sezione Concorso. Tratto dall’omonimo libro e dalla piece teatrale, questo film propone un viaggio intenso fatto di suggestioni più che di immagini nella tenera fragilità di una mente in disordine. Scegliendo di ambientare l’intera vicenda all’interno di un manicomio, Celestini ripercorre un sentiero già tracciato per le sue opere precedenti (Cicoria, Radio Clandestina, Appunti per un film sulla lotta di classe, Senza paura) dove la realtà, per quanto spietata, assume una posizione di privilegio rispetto a qualsiasi forma interpretativa. Ad accompagnarlo in questa avventura veneziana un cast italiano d’eccezione composto da un ispirato Giorgio Tirabassi, Maya Sansa e Luisa De Santis. Il film uscirà nelle sale il 15 ottobre distribuito dalla BIM.

 

La Pecora Nera nasce per il teatro nel 2002. Quali sono le difficoltà che hai incontrato a trasporre un testo emotivamente così complesso in immagini cinematografiche?

Quando lavoro a teatro l’intera storia è caricata nella mia testa. Durante lo spettacolo non faccio altro che tirare tutto fuori attraverso le mie parole, per poi riportarle nuovamente con me conclusa la serata. Se ci pensate bene si tratta di un processo in un certo qual modo miracoloso. Il cinema, invece, ti obbliga ad esternare completamente il racconto e a distribuirlo ai personaggi. Però, per rendere questa trasformazione più agevole, ho deciso di ribaltare le regole del sistema e di portare il film nella mia testa. Ossia non mi sono assolutamente preoccupato di come far arrivare la storia al pubblico, ma al contrario ho voluto che tutti gli spettatori fossero portati nella testa, negli occhi e nelle orecchie del mio personaggio.

Qual è l’aspetto della produzione cinematografica che ti ha affascinato di più?

Senza ombra di dubbio la possibilità di riscrivere la mia storia su più livelli ed in tempi completamente diversi. Questo è un vantaggio incredibile che il cinema ha sul teatro. Ho continuato a cambiare e ad aggiungere parti anche a riprese ultimate e durante il montaggio.

Meditavi da tempo il passaggio al cinema o si è trattato di un evento del tutto casuale legato all’adattabilità narrativa de La Pecora Nera?

Sinceramente ho pensato di fare molti più spettacoli di quanti non ne abbia realizzati nella realtà. Nella vita ci sono dei passaggi che fai con la testa e non con il corpo, azioni che vorresti ipoteticamente realizzare ma che non concretizzi. Per questo non ho mai pensato che l’inizio di un percorso artistico avrebbe potuto portare ad un livello successivo. Semplicemente è accaduto. La realtà è che qualsiasi storia può essere raccontata in ugual modo attraverso il cinema, la letteratura ed il teatro, purché questa non sia mostrata ma evocata.

La Pecora Nera è un film dove i dialoghi hanno una importanza fondamentale senza mai cadere nel didascalico. Come sei riuscito nell’impresa di delegare senza cedere alle lusinghe del cinema illustrativo?

Credo di poter spiegare tutto con l’esempio della merendina e della crostata. Per essere chiari, se tu vuoi mettere sul mercato una merendina particolarmente appetitosa deve consultare ogni singolo consumatore per riuscire a decifrare e soddisfare il suo gusto. Al contrario, io voglio realizzare semplicemente una crostate che piaccia a me. Quindi, quando porto lo spettatore nel mio racconto, non faccio altro che invitarlo a casa mia ad assaggiare la mia crostata. Sono perfettamente consapevole che potrebbe non essere di tuo gusto, ma questo non è così importante visto che io sono sicuro degli ingredienti utilizzati. In realtà io non ho fatto il cinema ma semplicemente La Pecora Nera, un prodotto di cui conosco perfettamente composizione e natura. Perché alla fine di tutto è molto più importante pensare al linguaggio piuttosto che al mezzo.

Durante gran parte del film i tuoi personaggi sembrano evocare in continuazione i “favolosi anni ‘60”. Ci sono stati dei modelli cinematografici di quel decennio che ti hanno ispirato?

Parlare di modelli è veramente pericoloso. Quando ci si riferisce a dei maestri o a degli stili si osserva solamente il risultato finale di un processo creativo e questo non è assolutamente produttivo per un giovane regista. Tornando al paragone culinario, non puoi realizzare una torta con un dolce già fatto da altri. I modelli diventano positivi come punto di partenza, posti come punto d’arrivo si trasformano in vere e proprie maledizioni.

 

di Tiziana Morganti

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