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Intervista ad Alessandro Aronadio, regista di Due vite per caso

Alessandro_AronadioIl film rivelazione del festival di Berlino diretto da un giovane siciliano pieno di talento ma, soprattutto, di tenacia

Giovane, brillante, pieno di idee e di voglia di fare.

Alessandro Aronadio rappresenta la riscossa della meglio gioventù nostrana, quella che per emergere deve lottare con le unghie e con i denti, quella che per sopravvivere nella fossa dei leoni ha scelto di addomesticarli e non di diventare come loro, quella che per raggiungere uno scopo è disposta a tutto, tranne che ai compromessi. Il suo primo film, Due vite per caso, racconta un po’ la storia di questi giovani, la loro rabbia, il loro malessere, la lotta estenuante per convincere i più vecchi a credere in loro e nelle loro capacità. Ed ora il film, presentato come unico film italiano alla Berlinale 2010, potrebbe diventare manifesto e propaganda della gioventù contemporanea.

Il film è tratto da un racconto. Come ne sei venuto a conoscenza e cosa ti ha spinto a scegliere questo tipo di storia da raccontare?

Mi sono imbattuto casualmente in questo racconto di Marco Bosonetto, chiamato Morte di un diciottenne perplesso. Mi sembrava un racconto interessante perché si basava su un tema per me molto affascinante – il doppio – che conosco abbastanza bene perché è stato l’argomento della mia tesi di laurea e poi perché molti film, secondo me, possono essere ricondotti al tema del doppio. Questo racconto, inoltre, intrecciava svariati legami con l’attualità, la società e la politica del nostro tempo, fattore per me molto importante. Ovviamente il film, scritto e sceneggiato sempre con Marco Bosonetto, si è evoluto ed è cambiato col tempo. Dopo la scrittura, in tutto abbiamo impiegato 6 settimane a girarlo.
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Essere scelti per un festival come la Berlinale è certamente una grossa emozione, ma anche una grande responsabilità.
Ero l’unico a rappresentare l’Italia a Berlino quest’anno. Dunque, oltre ad essere felice per esser stato selezionato per un festival così severo, specie con gli italiani, ho avvertito un po’ di reponsabilità. Nonostante questo, il film ha ottenuto da subito un grande successo: basti pensare che per 5 giorni il mio film ha fatto il tutto esaurito nelle sale, lasciando il pubblico molto interessato ed emozionato alla fine del film e, perché no, anche incuriosito, dal momento che si è sempre trattenuto dopo la proiezione per farmi tantissime domande sul film. Lo hanno visto tutti con trasporto, come un film impegnato, di denuncia. Ed io che ero l’unico, al mio primo film, quando tanti registi dopo 40 film non riescono a portarne a Berlino nemmeno uno beh, ero davvero molto orgoglioso. Berlino è un festival interamente incentrato sul cinema, per il cinema, del cinema. Non ci sono starlette, lustrini come se ne possono trovare in altri festival. La Berlinale è un festival molto rispettoso. Il bello di Berlino è che se c’è un problema si cerca sempre la soluzione, mentre in Italia si va sempre alla ricerca dell’ostacolo che gli impedisce di tentare, di investire in un progetto.
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Il cinema europeo è in ascesa, ma quello indipendente italiano è decisamente sempre al limite, in crisi, difficilmente riesce a trovare una distribuzione. Questo accade, forse, perché spesso si ha paura di osare. La Lucky Red, però, ha puntato su di te. Vuoi raccontarci com’è andata?
La distribuzione è stata trovata dalla produzione del mio film. Lucky Red si è interessata al progetto, permettendoci di avere finanziamenti ministeriali (che ti concedono solo se hai una distribuzione), oltre che un marchio così importante in apertura del nostro film. Siamo molto contenti che un film come questo sia distribuito dalla Lucky red che ha distribuito negli anni tantissimi film internazionali come quelli di Haneke, Von Trier…. E’ una sorta di onore per noi.

Hai studiato cinema in America, se non erro, la mecca del cinema insieme a Bollywood per produzione e distribuzione cinematografica annuale. Cosa hai portato di questa tua esperienza nel tuo film e nel tuo modo di fare cinema?
Mi sono laureato in psicologia con una tesi sul cinema, poi ho vinto una borsa di studio per gli Usa per studiare cinema. In America, come a Bollywood, il cinema è un’industria, mentre in Italia sono solo piccole occasioni che faticosamente cerchi di mettere in piedi. In America, dunque, i film sono quasi tutti operazioni commerciali, eccezion fatta per il panorama indipendente. Tutta Hollywood punta a realizzare film che portino un notevole guadagno “all’azienda”; sia che un film sia d’autore Due_Vite_per_Casoche no è realizzato sempre nella prospettiva economica, di quanto si investe e quanto si guadagna. Da un certo aspetto è giusto così, perché il cinema è un’arte molto costosa e non immediata. Se vuoi scrivere un libro, puoi scriverlo, se vuoi dipingere un quadro puoi dipingerlo, ma se vuoi girare un film sai che la strada da percorrere è molto più lunga. L’America è una grandissima gerarchia che si fonda sul rispetto di tutti i ruoli, su una grande parcellizzazione del lavoro di tutti, e su un grande rispetto per tutti. Ovviamente, però, in queste situazioni il tempo è denaro. Tutto è già preparato da prima, non si può sbagliare qualcosa o cambiare ciò che è stato pianificato. In Italia è tutto il contrario. Molto spesso l’occasionalità con cui si lavora offre uno spazio, uno spiraglio in cui fare entrare scosse di creatività che poi spesso portano a qualcosa di geniale. Quello che gli americani amano di noi italiani è che i nostri film hanno quella genialità che spesso nei loro film manca. In ogni caso, quello che comunque porterò dall’America nel mio lavoro è il rispetto per tutti e l’estrema organizzazione.

Dopo il successo di Due vite per caso, hai già qualche altro film in cantiere?
Si, ci sto lavorando. Non ne parlo, per scaramanzia, ma quel che è certo è che sarà molto diversa da questo film. Sarà un po’ una commedia nera, sullo stile di Dino Risi e Mario Ferreri, con un occhio cmq sulla società attuale. Viviamo anni molto strani e vorrei che fra 30 anni i giovani del futuro possano rendersi conto di cosa abbiamo vissuto ora. Il cinema in questo secondo me può aiutare molto.

Come mai hai selezionato Isabella Ragonese e Lorenzo Balducci per questo film?
Ho scelto Isabella perché secondo me è un’attrice che emana energia in tutti i personaggi che interpreta, un’energia che traspira dallo schermo. Il ruolo che volevo farle interpretare era un vero e proprio fiume di energie, un personaggio “cazzuto” e con una sua identità caratteriale molto forte (Isabella Ragonese è stata nominata Nastro d’Argento per questo film). Lei è molto brava a cambiare ruolo da un film all’altro ed è riuscita a cambiare negli anni moltissimi registri, dal comico al drammatico. Averla per me è stato un grande privilegio. Lorenzo, invece, l’avevo visto recitare in Gas, in cui interpretava un ragazzo rabbioso, un po’ come il personaggio del mio film. Ho voluto incontrarlo ed ho scoperto che lui effettivamente è un po’ Matteo: apparentemente tranquillo, con la sua eleganza, la sua timidezza, ma con una forte inquietudine di fondo. C’è stato un bello scambio tra attore e personaggio in questo caso.

Due vite per caso non sembra affatto un’opera prima, quanto piuttosto il primo obiettivo raggiunto di una persona che ha lavorato tanto nel mondo del cinema. Quali sono stati i tuoi esordi?
Mentre studiavo psicologia a Palermo (perché io sono di Palermo), ho cominciato ad infilarmi di proposito nei set cinematografici siciliani, proponendomi inizialmente come porta caffè: poi, col tempo, mi sono inserito in altri set come aiuto regista, ho lavorato con Roberto Andò, Giuseppe Tornatore, Ciprì e Maresco. Poi ho vinto la borsa di studio per Los Angeles e lì sono stato poco più di un anno. Avevo fatto un piccolo corto e per la scuola dove studiavo altri lavori che hanno vinto vari premi in giro per i festival. Ho fatto un percorso molto canonico, di quelli che si fanno quando non porti un nome famoso. Io comunque sono la dimostrazione che se uno vuole, faticando molto, può arrivare a raggiungere qualcosa. La tenacia è importante tanto quanto il talento, perché in motissimi casi bisogna davvero stringere i denti.

di Luna Saracino