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Romacinemafest 2011: Benvenuti nel magico mondo di Hugo Cabret

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Romacinemafest 2011: Benvenuti nel magico mondo di Hugo Cabret

Presentati a Roma quindici minuti dell’ultima fatica di Martin Scorsese in cui il sentimento sposa la tecnica del 3D

Quindici minuti non riescono certo a definire la natura di un intero film ma possono essere comunque sufficienti per veicolare la visione di un regista, soprattutto se si tratta di un autore innamorato del cinema e delle sue infinite illusioni come Martin Scorsese.  E così che, dopo una lunga lavorazione, uno screening privato in quel di New York e una maniacale cura per il particolare degna di un raffinato cesellatore, Hugo Cabret  arriva ad animare il Festival di Roma con una esperienza capace di mettere il tanto decantato e spesso inutile 3D al servizio della poetica. Affascinato dalla magia narrativa creata dal successo letterario de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, il regista Premio Oscar si avventura in un’impresa in cui l’ignoto, rappresentato dall’applicazione della tecnica, si mitiga nel ben più noto percorso dei sentimenti aiutato dalle suggestioni narrative di Georges Mèliès, personaggio e forza creatrice dell’intero film.  “Il libro è ispirato quasi completamente a Viaggio alla luna di Mèliès – dichiara lo scrittore Brian Selznick arrivato a Roma con il giovane protagonista Asa Butterfieldin seguito alla sua morte si venne a sapere di una collezione di automi meccanici e questo ha indubbiamente stuzzicato la mia fantasia per scrivere un racconto che, progressivamente, si è trasformato in una sequenza d’immagini.”  Nato all’ombra di altri percorsi cinematografici come i 400 colpi di Francois Truffaut e Zero in condotta di Jean Vigo, il romanzo di Selznick deve molto anche alla tradizione dickensiana che, attraverso il racconto di un’infanzia abbandonata, ha creato un tessuto narrativo drammaticamente evolutivo. “Sono sempre stato attratto dai romanzi con al centro degli orfani –  continua lo scrittore inglese – credo che un bambino senza la guida dei propri genitori crei immediatamente la tensione giusta per una storia. In questo modo viene messo al centro della vicenda, nella condizione ideale per reagire e portare avanti l’evoluzione del suo percorso.” Rimasto solo dopo la tragica morte del padre, Hugo si ritrova a vivere e nascondersi negli immensi sotterranei della stazione di Parigi. Qui, eternamente in fuga dalla minaccia del capo stazione e sostenuto da un misterioso Signor Mèliès, divenuto giocattolaio dopo anni dedicati al cinema, il ragazzo cerca di sopravvivere e risolvere l’enigma di un automa  lasciatogli in eredità dal padre.  Ma durante una delle sue scorribande in superficie si scontra con Isabelle, una ragazzina vivace e curiosa che, imprevedibilmente, potrebbe avere la chiave per risolvere l’enigma di Hugo e mostrargli finalmente la strada per tornare a casa. “Mi sono reso conto che avrei fatto questo film  quando, dopo due provini sostenuti a Londra, sono stato chiamato per un terzo a New York davanti a Scorsese. – ricorda Asa Butterfield –  Dopo due giorni è arrivata la risposta positiva e mia madre mi ha fatto uscire prima da scuola per darmi la notizia.  Cosa pensavo di Martin?  Onestamente avevo sentito parlare di lui, ma non riuscivo a collegarlo ai film fatti.  Dopo, vedendo la reazione della gente al solo pronunciare il suo nome, ho capito quanto fosse importante il mio lavoro con lui.  Sul set ho imparato molto, soprattutto ad impegnarmi costantemente senza arrendermi, anche se non sembra esserci fine alla prova sostenuta. Non bisogna mai arrendersi perché prima o poi arriverà il momento per raccogliere il risultato del proprio lavoro.” A chiudere un incontro caratterizzato in modo particolare dalla forza evocativa delle immagini, è proprio quel Viaggio alla Luna che, dal lontano 1902, è arrivato fino a noi dopo un lungo e travagliato restauro per consegnare al pubblico la chiave di lettura di un nuovo imprevedibile Scorsese e all’immortalità la leggiadra bellezza del sogno cinematografico.

di Tiziana Morganti