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Un sacchetto di biglie

Epica di formazione in un classico tradotto dal nuovo maestro del melodramma elegante

Non si può più giocare. Neanche parlare in guerra. Ma si può essere liberi, nella fuga. Nella paura sono tutti uguali.
Le mele del prete, la parentesi sulla riva del mare, il campo per ragazzi “diversi”, gli interrogatori e le identità clandestine, il sindaco razzista, la solidarietà imprevista. Nel groviglio delle fedi, delle verità, delle possibilità. In fuga dentro e verso uno, nessuno, centomila. Razzismi, ipocrisie, in-differenze, ma anche amore, in Un sacchetto di biglie.

Dal regista di Belle e Sebastien, un romanzo di formazione, un romanzo d’appendice, una lezione etica vestita da fiaba d’oltralpe, fatta di gesti semplici e di confronti umani, dalla storia vera dei fratelli Joffo che sopravvissero per vie rocambolesche e tenacia esemplare, allo sterminio dell’Olocausto, anche se non indenni dagli orrori dagli opportunismi e dai piccoli grandi drammi quotidiani, durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale. Il regista canadese, avvezzo alla pulita ed edificante coerenza dei grandi affreschi narrativi confezionati per la tv e reduce dal successo dell’ultimo lungometraggio, torna al racconto picaresco, al viaggio dell’eroe che si scopre tale, che si scopre uomo, fragile, contraddittorio, impuro, incerto, imprevedibile. Il regista ricostruisce con empatia e dolcezza, sempre sul ciglio, di quella strada percorsa dai due incredibili fratelli protagonisti e di quel buonismo monocorde e colloso che spesso avvolge simili operazioni.

Christian Duguay racconta con garbo e stupore l’avventura ai limite del credibile, cinematografica già nella sua natura ed essenza, la fuga di due giovani fratelli di origini ebrea, attraverso la Francia occupata dai nazisti. Joseph (Dorian Le Clech) e Maurice (Batyste Fleurial) sono figli di un onesto e integro barbiere e si sfidano a biglie nelle pause tra la scuola e le faccende domestiche nell’alveo di una famiglia serena, quasi una pubblicità del benessere europeo che sarebbe stato, un giorno, dopo che le maschere come le carte da parati, i sorrisi vuoti come le identità intime, l’innocenza come la speranza, fossero state strappate dagli artigli abominevoli e autodistruttivi della guerra, pronti perennemente ad esplodere nelle viscere della cosiddetta distorta civiltà. È una guerra uomo contro uomo, fatta di razzismi idioti quella che combattono ogni giorno i due, scappando da Parigi ai paesini di montagna, dai campi per giovani ribelli ai mercati (neri), abbracciando compagni di resistenza e amici leali. Imparando che ognuno è tutti, parte infinitesima ed eguale del tutto, dove non si dovrebbe distinguere tra arabi e bianchi, ebrei e ariani, collaborazionisti e partigiani, sommersi e salvati, vinti e perduti o sconfitti.

Epica soave e densa quella di Jo e Maurice, piccoli uomini da blockbuster ma anche da inevitabili reali emozioni. Da un vecchio classico stampato ad un nuovo classico, tra cinema e tv.

Un sacchetto di biglie

Regia di Christian Duguay

Con Dorian Le Clech, Batyste Fleurial Palmieri, Patrick Bruel, Elsa Zylberstein, Bernard Campan, Kev Adams, Christian Clavier, César Domboy, Ilian Bergtall, Emile Berling, Jocelyne Desverchere, Cline Leclere
Tratto dall’opera UN SAC DE BILLES di Joseph JOFFO – 1973
Sceneggiatura Originale Alexandra Geismar, Jonathan Allouche
Sceneggiatura, adattamento e dialoghi Benoît Guichard, Christian Duguay
Con la collaborazione di Laurent Zeitoun
Direttore della fotografia Christophe Graillot
Montaggio Olivier Gajan
Capo scenografo Franck Schwarz
Musica Originale Armand Amar
Costumi Pierre-Jean Larroque

Una produzione Quad, MAIN JOURNEY

In coproduzione con Gaumont, TF1 Films Production, Forecast Pictures, Films Idl, La Compagnie Cinématographique, Panache Productions, Proximus, Okko Production

Drammatico – Fra 2017/ Durata 110’