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Nome di donna

Un’epopea con nome di faldone. Uno slogan col titolo di un film, firmato Marco Tullio Giordana

Mani di gomma nella patta dei pantaloni. Attese vestite di uniformi pastello, dietro una porta chiusa. Sguardi abbassati sui tavoli di una mensa misera. Dignità violata tra le stanze di vecchi annoiati e gioie perdute.

Nome di donna. L’ultimo film, “spot” rosa, di Marco Tullio Giordana. Come i suoi personaggi Giordana deve destreggiare e trasporre la sceneggiatura di Cristiana Mainardi tra grandi manovre politiche, un fitto autoalimentato sistema di favori mazzette e ricatti, sfidare la (sua, nostra) soglia di tolleranza, provare a restare nudo (senza farlo tuttavia) ed esporsi alla cruda realtà. In cui un possibile affresco sociale vivo di ambiguità e sfumature diventa la patinata pubblicità progresso dove i personaggi (seppur sorretti da un cast solido e convincente) sono figurine accattivanti di una storia prevedibile. Fatta de “la meglio” inutilità.

Nina è una ragazza madre che torna nella provincia di Milano aiutata dal solito prete di campagna (che conosce tutti i segreti ma non ne denuncia nessuno), a trovare lavoro come inserviente in una lussuosa dimora per anziani molto facoltosi, che annegano il loro passato favoloso e nebuloso in un rituale di servi e infermiere, pillole e passeggiate. Si trova subito a combattere contro la rinnovabilità incerta del suo contratto, le possibilità di indipendenza, la diffidenza, la paura e l’omertà delle colleghe assoggettate al sistema di molestie, minacce e terrorismi patriarcali dell’azienda, contro il grande capo di quest’ultima, un uomo debole e stolto che “preda” le sue dipendenti una ad una con la complicità del suo vice, altro prete, borghese e ottuso manager. Nina si rivolge ad un gruppo di sostegno contro il mobbing e le molestie sul posto di lavoro e trascina tutti in tribunale, tra dolore, corruzioni, compromessi, capovolgimenti e tentativi di insabbiamento.

La sceneggiatura si fa carico del silenzio delle donne abusate nei diritti e nell’anima oltre che nel corpo e nella mente, dei numeri statistici, della sovrastruttura culturale ed economica che li continua a cullare, dell’ipocrisia distruttiva di un intero sistema, insomma del magma vibrante e ormai informe come massa incandescente latente nella crepa di un muro che non vuole crollare e che prende fuoco ogni tanto, per le periodiche ricorrenze. Per poi essere restaurato, da altrettante ipocrisie e leggi, ma di mercato e non di giustizia.
E in questo film “ricordevole” (come direbbe Eduardo) in sala l’8 marzo 2018 Giordana prende a sua volta atto delle intenzioni Mainardi, confezionate nelle immancabili quote rosa di Madre Rai & Co. e incastra tutto nell’icastica immobilità dei suoi dolly e delle sue panoramiche (televisivi quanto la fotografia ospedaliera regalata da Carpineta), che dell’alienazione e della precarietà, della lotta intima e di classe condotta dai personaggi costretti nel classico empasse dell’antieroe contemporaneo italiota sempre caro al regista, conservano solo un plumbeo de-ja-vu.

Tra finestre sul cortile e flash back sconnessi quanto scontati, Mainardi e Giordana affastellano simbolismi monodimensionali, mettendoli “in cassaforte” tra buonismi e non detti “insieme ai gettoni presenza” dell’oligarchia culturale stessa che li ha determinati producendo al contempo, con moto giustificatorio e sull’onda necessaria della par condicio, ormai ciclicamente e in quantità, simili scialbi, e soprattutto politicamente corretti, retorici manifesti sui diritti (femminili). Straight to video.

Nome di donna

Regia: Marco Tullio Giordana

Soggetto: Cristiana Mainardi
Sceneggiatura: Cristiana Mainardi con Marco Tullio Giordana
Fotografia: Vincenzo Carpineta
Montaggio: Francesca Calvelli, Claudio Misantoni
Musica: Dario Marianelli
Ita 2018 – Drammatico – 90’
Prodotto da Lumière & Co. con Rai Cinema

Cast: Cristiana Capotondi, Valerio Binasco, Stefano Scandaletti, Michela Cescon, Bebo Storti, Laura Marinoni, Anita Kravos, Stefania Monaco, Renato Sarti, Patrizia Punzo, Patrizia Piccinini
e con la partecipazione di Vanessa Scalera, Linda Caridi, Adriana Asti

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