Mià e il Migù, una fiaba ecologista
Lo stile artigianale e il contenuto impegnato contraddistinguono il secondo lungometraggio di Jacques-Rémy Girerd
Jacques-Rémy Girerd usa un tratto desueto e delicato per creare la fiaba ecologista d’animazione Mià e il Migù. Dopo il successo de La profezia delle ranocchie il regista francese torna a incantare il pubblico con la storia di Mià, una bambina di appena dieci anni che decide coraggiosamente di lasciare il villaggio in cui vive per andare alla ricerca del padre, Pedro. Un presagio le dice che il padre, partito dopo la morte della madre per lavorare come operaio in un cantiere, sia incappato in una situazione difficile e che abbia bisogno di lei. Mià saluta le tre anziane donne che si prendono cura di lei e inizia l’avventuroso viaggio attraverso i paesaggi esotici dell’America del Sud.
In Mià e il Migù la magia incontra la pedagogia per trasmettere ai bambini il valore della tutela ambientale e ammonire gli adulti per gli scempi causati alla natura. Jekhide è un imprenditore edile iroso e senza remore il cui unico interesse nella vita sono gli affari. Al dio denaro ha sacrificato la famiglia, allontanando la moglie e trascurando il figlio Aldrin, e l’etica, decidendo di disboscare una porzione di foresta amazzonica per costruire un albergo di lusso. Mià e Aldrin sono gli eroi di una storia di redenzione e salvezza, aiutati nella loro missione dagli spiriti della foresta – gli infantili, un po’ tonti ma buoni Migù – protettori di un antico albero piantato alla rovescia da cui dipendono le sorti del pianeta. La struttura sottesa alla storia rientra nelle classiche formulazioni fiabesche basate sul ‘viaggio dell’eroe’: lungo il percorso iniziatico intrapreso da Mià per ricongiungersi e soccorrere il genitore, la giovane eroina incontra guardiani, mentori e alleati prima di sconfiggere il nemico, rappresentato dall’ottusità insita nell’uomo reo di aver dimenticato l’importanza della natura. Mentre Mià porta avanti la sua missione offrendo allo spettatore l’incanto dei luoghi attraversati, Aldrin ci spinge, da un lato, a guardare alla natura con stupore e ammirazione, dall’altro, a riflettere sui sentimenti negati da un padre assente. E’ proprio Aldrin, con la sua tenacia e sensibilità, a impartire al genitore inaridito una lezione umana ed etica memorabile.
In un racconto cucito addosso ai bambini, sono proprio i più piccini a conservare la purezza nello
sguardo e a cogliere l’essenzialità della lotta alla devastazione ambientale, mostrando una lungimiranza estranea agli adulti. Se la presa di coscienza dell’intervento responsabile volto alla tutela della natura è il cuore di Mià e il Migù, si possono tuttavia individuare delle sottotracce interessanti quali la critica ad un sistema economico orientato esclusivamente al profitto che calpesta sia la dignità umana (degli operai, costretti a condizioni lavorative inaccettabili) sia i rapporti famigliari, vissuti come intralcio.
Considerato il panorama stilistico elaborato negli ultimi anni dove ormai la computer grafica e il 3D sembrano padroneggiare, Jacques-Rémy Girerd opera un’inversione di tendenza recuperando uno tratto semplice e artigianale di forte impatto pittorico (nel guardare i paesaggi vengono in mente gli impressionisti Van Gogh e Cezanne, mentre nella caratterizzazione dei personaggi si scorge la chiara influenza di Gauguin).
Mia e il Migù, premiato nel 2009 con l’Oscar Europeo per il Miglior Film d’Animazione, è una piccola soddisfazione anche nostrana, in quanto l’Italia ha affiancato la casa produzione francese Folimage con un intervento economico del 10% elargito dall’azienda torinese Enarmonia e della milanese Gertie.
di Francesca Vantaggiato










