L’ora legale, scritto e diretto da Ficarra e Picone

Speciale Carnevale: Arlecchino, il re a colori della Commedia dell’Arte
febbraio 16, 2017
Agende e taccuini resistono alla diffusione di tablet e gadget i tech
febbraio 17, 2017
Show all

L’ora legale, scritto e diretto da Ficarra e Picone

Un piccolo paese di Sicilia fa i conti con il momento della legalità e dell’onestà.

Ficarra e Picone tornano alla regia e a curare la sceneggiatura di un film di cui sono anche attori protagonisti. Li troviamo di nuovo dietro la macchina da presa (e personaggi principali) dopo “Andiamo a quel paese” del 2014. A tre anni di distanza dall’ultima loro fatica, ripropongono un capolavoro simile (viste le risate in sala): L’ora legale. Come lo scambio avvenuto ne “Il 7 e l’8” del 2007, i due comici sembrano interrogarsi su cosa avverrebbe se si invertissero le abitudini di un piccolo paese della Sicilia (nel caso de L’Ora legale Pietrammare): come si spostano le lancette di un orologio nel passaggio dall’ora legale a quella solare, è possibile allo stesso modo far sì che si passi da una politica corrotta, fatta di personalismi e di raccomandazioni, a una maniera di governare onesta e pulita nel pieno rispetto delle regole? Il titolo l’ora legale sembra proprio significare se, per Pietrammare, sia arrivata l’ora dell’onestà.

Non è solo un riferimento temporale realistico, ma anche metaforico del difficile conseguimento e perseguimento del progresso. A proposito di sincerità e trasparenza, esistono allora anche un’onestà legale e una solare? Ovvero un’onestà (la prima) destinata ad essere più duratura e l’altra che, invece, è condannata a essere temporanea e fugace, a tramontare come il sole in certi momenti e passaggi storici della vita? Allo stesso modo paiono esservi due tipi di politica, rappresentati da due esponenti che si affrontano alle elezioni politiche: il sindaco uscente Gaetano Patané (Tony Sperandeo) e lo sfidante Pierpaolo Natoli (Vincenzo Amato). Il primo basava tutto su una politica clientelare, fatta spesso anche di “una buona parola spesa”, di “facilitare l’amico di turno”, qualora non peggio di tangenti, mazzette sotto banco e irregolarità, per un’illegalità che sanciva corruzione e corruttibilità per una via più veloce e facile per arrivare a scopi prettamente di interessi personali più che della collettività e una via preferenziale sempre utile. Il secondo invece è “veramente onesto” e vuole la legalità ad ogni costo; per un cambiamento che rimi con democrazia. Ma davvero questo cambiamento è possibile? Per chi è abituato che “le regole si aggiustano”, non vanno per forza sempre rispettate o almeno non del tutto pedissequamente, come contemperare la tendenza di comodo a quelle di una giustizia (sociale)? Se lo scopo era risolvere il caos, il risultato è ancora più una città gettata nello scompiglio: una collettività che si ritrova frastornata dal ‘nuovo’ portato da Natoli. Il neo sindaco vuole introdurre la differenziata, combattere l’abusivismo edilizio, far costruire una nuova pista ciclabile e altri progetti, innovativi quanto possono apparire a tratti assurdi ai suoi concittadini.

A sconcertare è in particolare il suo controllo sulla corretta ed effettiva applicazione ed applicabilità delle regole: le leggi e le normative devono diventare la norma appunto. Ma a loro pare tutto più difficile e complicato. Si stava meglio quando si stava peggio, paiono insorgere in un moto di protesta e di ribellione, di boicottaggio dopo il supporto e l’entusiasmo iniziali che hanno portato al trionfo alle elezioni di Natoli. Ḕ sempre presto per cantar vittoria dunque. Il controllo del programma elettorale da parte dei votanti da una parte e quello del rispetto delle regole sembrano collidere. Allora come dare una speranza e un’alternativa a Pietrammare, quando tutto sembra cambiare per restare uguale? Vittoria, sconfitta o ballottaggio? L’esito sembra di nuovo aperto quando anche la Chiesa di don Raffaele (Leo Gullotta) si schiera dalla parte dell’ex sindaco contro quello appena eletto. In questa corsa al rush finale del risultato definitivo, di questa sorta di scrutinio metaforico di una città che cerca il suo destino, il cammino è lungo e faticoso. Ne accadranno delle belle. Una critica sociale comica e divertente che fa riflettere ridendo. L’insegnamento morale non manca, ma fino all’ultimo non si sa quale potrà essere colui che avrà la meglio.

Se Natoli vuole fare la cosa giusta, Patané sembra puntare più sul richiamo onomatopeico di regole e regali. Se il primo vuole ben far comprendere che “la legalità è un percorso che richiede sacrificio e non è solo una bella parola”, per applicare l’onestà ci vuole coraggio, Allora occorre interrogarsi su quanto si sia disposti a cambiare per il cambiamento e a cosa si sia disposti a rinunciare per quest’ultimo; per il secondo l’onestà è una questione di preferenze e di sostegno “senza un perché” (come cita lo slogan elettorale). Se per il primo “spesso non è una questione di legalità, ma di essere ragionevole”, per l’altro più che di ragionevole si tratta di essere conveniente. Se con l’ora legale le lancette vanno spostate in avanti, mentre con l’ora solare vanno portate indietro, allora Pietrammare deve decidere se andare avanti verso il progresso e lo sviluppo (soprattutto culturale e sociale) o tornare indietro a una situazione sicura, ma cronicizzata e un po’ ancestrale e anacronistica. Il rischio è rimanere soli e isolati. Natoli potrebbe persino perdere tutti i consensi, ma ritrova comunque qualcosa di più importante forse. Se il segno del cambiamento da sempre è stato individuato nei giovani, ruolo importante è rappresentato da sua figlia Betty (Eleonora De Luca), che vediamo fuggire come tanti ragazzi che scappano all’estero e al centro della fuga di cervelli caratteristica soprattutto del Sud d’Italia. Lei ritroverà il rapporto con il padre, riusciranno insieme a ritrovare un posto nel loro paese? Se una critica si può fare al film, forse il finale dove sarebbe stato buono vedere i protagonisti uscire da questo piccolo centro: magari vedere Betty e Natoli andare all’estero in qualche paradiso fiscale tipo Svizzera o altrove e vedere anche lì applicare la stessa politica di Patané, per mostrare che “tutto il mondo è paese” e non si tratta solo di un problema limitato a una piccola città ottusa, dove domina una visione miope e un po’ bigotta per cui non si riesce a vedere oltre il proprio naso. Ḕ una concezione che risale molto più indietro, insita nell’indole umana che rimanda alla lotta per la sopravvivenza di tipo darwiniano, per cui gli egoismi personali e individuali, i singoli interessi prevaricano sempre l’altruismo e ostacolo un’azione di bene comune che richiede un impegno più gravoso e rischioso. Sembra vigere la regola del qui prodest? A chi giova? Mettersi in gioco e rischiare tutto per qualcosa di importante, ma che richiede di doversi esporsi troppo, scoraggia già in partenza. Del resto è un po’ come quando si passa dall’ora solare a quella legale e viceversa: occorre sempre un periodo di adattamento che frastorna e disorienta. Occorre andare avanti per poter tornare indietro e per andare avanti bisogna andare indietro: cioè è sempre guardando al passato che si può vivere il presente per affrontare il futuro e decidere quello che è meglio per sé e che tipo di atteggiamento tenere; facendo i conti con la propria etica e coscienza. Chiedersi quando, se e quanto ne valga la pena. E questo non è facile come spostare le lancette di un orologio. In un momento, poi, in cui il problema principale sembrano essere la disoccupazione e i precariato, il fatto che L’ora legale sia stato girato nel 2016 a Termini imerese (e la chiusura di una fabbrica e le proteste dei lavoratori sono inseriti all’interno del film) diventa ancora più significativo.