Caccia al Tesoro di Carlo Vanzina: meta-film della speranza tra cinema e teatro

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Caccia al Tesoro di Carlo Vanzina: meta-film della speranza tra cinema e teatro

Rispolvera il genere cult di “Non si ruba a casa dei ladri”: un revival che potrebbe non essere esaurito.

Caccia al tesoro (uscito nelle sale il 23 novembre scorso) è una commedia moderna che omaggia la grande tradizione della comicità napoletana, che è di famiglia per il regista Carlo Vanzina e suo fratello Enrico (cresciuti con il padre Steno con i miti di Totò e Peppino De Filippo e le opere di Dino Risi). È “una favola realistica” – come lo definisce lo stesso regista -. Un “action-comedy”, che rispolvera il tema del “furto a fin di bene”, tipico, ad esempio, di “In questo mondo di ladri” (del 2004) “Non si ruba a casa dei ladri” (degli stessi Vanzina, con una trama simile, del 2016) o di “Operazione San Gennaro” di Dino Risi (del 1966), che cita esplicitamente (alcune scene sono state girate nello stesso appartamento con la terrazza di Nino Manfredi/Dudù in “Operazione San Gennaro”), ma di cui non è un remake.

Divertimento, comicità, ma anche tanto sentimento e improvvisazione, per un finale commovente che regala emozioni vere. Colpi di scena non mancano, ma soprattutto il film ci spinge a riflettere. Come un cerchio che si apre e si chiude e che si muove su un doppio binario: tra realtà e finzione, tra teatro e cinema, tra dubbi che si sollevano; tra questi ultimi, ad esempio: esistono i miracoli? Abbiamo davvero un angelo custode che veglia su di noi e muove tutto? È giusto e si può avere fede per trovare fiducia? Mentre ci si interroga se sia legittimo un furto a fin di bene, per una giusta causa, di questi ladri per necessità e disperazione, di buoni che diventano cattivi per bisogno, tra equivoci ed impedimenti, il teatro diventa ed è vita, mentre anche la vita è un teatro perché tutto può accadere, tutto può essere, tutto è finzione e può diventare realtà. Perché, in fondo, “a teatro gli attori recitano delle emozioni benissimo che nella vita si recitano malissimo”, si dice nel film. Una commedia con uno sguardo sulla realtà perché non potrebbe essere diversamente per registi come i Vanzina. Con protagonisti Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso che Carlo Vanzina definisce “i Totò e Peppino di oggi” per l’alchimia e l’intesa che hanno sul set.

Un film di genere, divertente e ben recitato, una commedia corale per un cinema collettivo, ma con un forte impegno sociale. “È una storia monicelliana molto comica tipo ‘I soliti ignoti’, incentrata su persone sprovvedute coinvolte in un’impresa più grande di loro. Anche se si ride molto c’è una forte disperazione di fondo” – ha commentato Carlo Vanzina -. “Si tratta di un film che riflette la disperazione attuale del Paese, i vari personaggi si incrociano in scena mentre provano ad industriarsi col mestiere di ‘ladri per necessità’” – ha aggiunto Carlo Buccirosso -. A volte, come si suol dire, “ci vorrebbe un miracolo”. Ed ecco così che i protagonisti si ritrovano a chiedere una grazia in Chiesa a San Gennaro, mentre si punta sull’ironia della forte credenza partenopea nel santo. La banda si forma e si allarga quasi per caso, mentre ci si sposta da Napoli a Torino a Cannes (vicino a dove si svolge il Festival del cinema) alla ricerca, in fondo, di una sola cosa: la speranza. E non è un caso se il film si apre proprio mostrando “Il teatro della speranza” dove recita Domenico (Vincenzo Salemme), che deve trovare i soldi per far operare il nipote malato di cuore in America, figlio della cognata Rosetta (Serena Rossi). Incontreranno Ferdinando (Carlo Buccirosso), senza soldi né lavoro che deve mantenere il figlio Gennarino (Gennarino Guazzo), poi il fato li unirà a Claudia (Christiane Filangieri), laureata senza lavoro, che ha fatto la ballerina di lap dance, ma poi è stata licenziata e dunque diventata ladra per ripiego con il compagno di sventure Cesare (Max Tortora). Quindi precariato, disoccupazione, crisi economica muovono tutto. Si sfatano falsi miti sulla napoletanità intrisa di camorra, che diventa buona. Si mostra il lato migliore e più puro della città, un sogno e una speranza di un volto migliore anche per Napoli: quello dipinto dalla canzone che chiude il film “Napule è” di Pino Daniele. Con la mancanza cronica di lavoro tutti cercano l’occasione per cambiare, nella disperazione che li attanaglia. A proposito di colonna sonora: “il film ha una musica moderna senza tralasciare il sapore tradizionale” – precisano Giuliano Taviani e Carmelo Travia, che hanno curato le musiche originali.

Carlo Buccirosso lo ha definito “un film gioioso, allegro, spensierato e onesto, dedicato in modo trasversale ad ogni tipo di pubblico”. A fare la differenza, probabilmente, un cast molto affiatato. Le new entry Serena Rossi e Christiane Filangieri sono amiche da tempo. Napoletana verace la prima, aveva recitato con Gennarino Guazzo in “Troppo napoletano”; partenopea per parte di padre la seconda, si è divertita a tirare fuori la sua vena comica. Aveva fatto delle imitazioni che aveva postato su Youtube (tra cui quella di un’infermiera napoletana e di una escort russa), aveva fatto due provini per i Vanzina ma non era stata presa; quando incontrò per caso con il figlio in un parco di Roma Carlo Vanzina, che era con i suoi cani, lui pensò a lei per la parte di Claudia. Lei si è divertita molto nei “travestimenti”: “questo set per me è stato un allegro carnevale” – ha rivelato la Filangeri -. Serena Rossi tornava sul set dopo un’assenza di un anno (dal 2016) per la nascita del figlio Diego (dopo “Song’è Napule” e “Ammore e malavita” dei Manetti Bros). Per lei un ricordo particolare e un aneddoto peculiare la lega al film Caccia al tesoro: il figlio è stato quasi “una mascotte della troupe” – ha raccontato l’attrice -, tanto che Vincenzo Salemme gli ha fatto “il battesimo del palcoscenico, facendogli fare alcuni passi sul palco di un teatro in cui giravano”. “Salemme porta avanti la grande tradizione napoletana con eleganza e garbo”, ringrazia Serena Rossi. Una dimostrazione in più di fiducia, stima, affetto e rispetto tra tutti gli attori.

Poi Max Tortora ha da sempre lavorato con i Vanzina e viene definito “una macchina da guerra inarrestabile” nelle imitazioni, che fa poco prima dei ciak, facendo ridere spassosamente tutti con la sua “colorita estroversione” naturale, innata e spontanea. Anche Vincenzo Salemme e Carlo Buccirosso si conoscono da anni ed hanno recitato insieme anche a teatro nella compagnia creata dal primo con la moglie Valeria. Amano improvvisare e aggiungere battute estemporanee inedite. Buccirosso è “un napoletano, inglese”, ossia riesce a rendere il massimo dell’espressività comica con incisività senza muovere i muscoli del volto. Del resto Vincenzo Salemme definisce il regista di questa “commedia popolare”, Carlo Vanzina’lo scienziato’, “per la precisione e il valore che sa dare ad ogni dettaglio del suo lavoro”. Sia per Buccirosso che per Salemme tornare a recitare insieme e con i Vanzina è stato un po’ “un ritorno a casa”. Con i fratelli Vanzina, assicurano gli attori, “non ci sono mai preclusioni” e questo permette “coinvolgimento emotivo e immedesimazione, anche grazie alla commistione divertentissima tra romano e napoletano” – ha aggiunto Max Tortora.

Infine Napoli è protagonista assoluta, con le riprese che la mostrano sotto un’affettuosa veste. Un piccolo aneddoto: una scena che si è dovuta ridoppiare in postproduzione a Roma, girata a via Fona, per la troppa confusione e il caos enorme di una città che sprizza vitalità tanto da coprire  le voci degli attori.