I want to be a soldier, la pericolosità mal mostrata della televisione

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I want to be a soldier, la pericolosità mal mostrata della televisione

Arriva in sala il film vincitore del Premio Marc’Aurelio Alice nella Città 2010 prodotto da Valeria Marini che la vede impegnata in una piccola parte

Il piccolo Alex vive in una famiglia serena, sogna di diventare un astronauta e condivide i suoi desideri con l’amico immaginario Capitano Harry (Ben Temple). All’arrivo dei gemelli, i genitori sprofondano in un’isteria estremizzata che li porta a trascurare il figlio con cui prima giocavano e a cui erano indirizzate tutte le attenzioni. Per colmare il vuoto affettivo creato e sedare i sensi di colpa, i genitori di Alex gli regalano un televisore da cui il ragazzo è pericolosamente ipnotizzato. Senza la supervisione degli adulti il ragazzo si abbandona ad uno zapping sfrenato che salta da un’immagine di guerra all’altra, iniziando a coltivare un vero e proprio culto della violenza. Il mite Capitano Harry viene repentinamente sostituito dallo spietato Sergente John Cluster (sempre Ben Temple), la stanza si veste di simboli nazisti e Alex si concia come un naziskin e si atteggia da bulletto. Dinanzi alle evidenti trasformazioni del figlio che lasciano presagire esiti catastrofici, i genitori rispondono con inerzia risultando inebetiti dai loro problemi di coppia e dalla cura richiesta dai gemelli.

I Want to Be a Soldier è un film disturbante perché affronta tematiche attuali come la violenza e l’influenza mediatica sulla formazione dei bambini in maniera semplicistica e inverosimile, trattando lo spettatore come fosse incapace di elaborare qualsiasi informazione al riguardo. Disturba la meccanica automatica con cui si innesca la violenza in Alex (interpretato da un promettente Fergus Riordan) e lascia basiti l’impensabile escalation senza argini di atteggiamenti e comportamenti aggressivi, è discutibile l’inconsistenza dell’intervento genitoriale, è stonata la solennità dello psicologo (Robert Englund-Freddy Krueger). In particolare, al mondo degli adulti, che di quella ferocia è l’artefice, è attribuita una miopia imbarazzante, a partire dall’inoperosità dei genitori di Alex (un freddo Andrew Tarbet e una emotiva Jo Kelly). I Want to Be a Soldier è un esempio di come la validità dell’intenzione possa essere inquinata e compromessa da una maniera narrativa didascalica rea di trascinare nella superficialità più imperdonabile motivazioni complesse. Sensazionalismo e retorica inficiano la ricerca ben pensata di una connessione tra assenza di disciplina in famiglia, rifugio nella fruizione incontrollata della televisione, emulazione estetica dell’esercizio della forza ai danni dell’atro. Il regista Christian Molina sembra un maldestro pedagogo che, per demonizzare il mezzo televisivo in quanto veicolo di contenuti che inneggiano alla violenza, sottopone Alex – e di riflesso noi – a un flusso continuo di immagini di guerra come se questo solo bastasse a spiegare i pericoli del piccolo schermo.

Prodotto in parte da Valeria Marini –presente anche davanti alla macchina da presa nel ruolo discutibile dell’insegnante – I Wanto to Be a Soldier si inceppa in una sceneggiatura sentenziosa che fa della mira educativa il suo limite più fastidioso.

di Francesca Vantaggiato