Peter Jackson: dallo splatter al paradiso
Evoluzione di un regista mago degli effetti speciali
A partire dal 12 febbraio Peter Jackson è nei cinema con Amabili resti, film drammatico e “soprannaturale” tratto dall’omonimo romanzo di Alice Sebold, ispirato nella parte terrena a fatti realmente accaduti.
Amabili resti racconta la triste storia della quattordicenne Susie Salmon, uccisa da un vicino di casa e che dal paradiso continua a seguire le vicende di famiglia e amici, nonché del suo stesso assassino, senza poter interagire con nessuno ancora in vita.
Grazie a dosi massicce di Computer Graphic, Jackson dà libero sfogo alle visioni partorite dalla Sebold, creando un al di là luminoso ed emozionante, in netto contrasto con la violenta morte della protagonista. Tuttavia l’interesse maggiore del regista è evidentemente tutto per il Paradiso, e ciò va a discapito dell’equilibrio – anche narrativo – del film: le vicende terrene di Susie e della sua famiglia sono semplificate, edulcorate e trattate in maniera forse troppo superficiale, tanto che viene da domandarsi perché Jackson abbia deciso di portare sullo schermo qualcosa che lo stimolava soltanto per metà. Con un risultato finale piuttosto disomogeneo, e che ha il sapore amaro dell’opera incompiuta.
Eppure, percorrendo a ritroso la carriera di Jackson, quel che immediatamente salta all’occhio è l’esatto contrario, ovvero la capacità intrinseca del suo modo di fare cinema di legarsi con l’evoluzione degli effetti speciali. Si pensi ad esempio al film precedente: King Kong (2005) è il remake dell’omonimo film del 1933 (diretto da Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack), con l’aggiunta di una sequenza inedita (la caduta dei protagonisti nel crepaccio popolato da vari insetti giganti) che all’epoca non si era potuta inserire perché avrebbe spaventato il pubblico. Un’opera filologicamente corretta, non ripagata dal successo di pubblico planetario della trilogia, rimasta parecchio tempo nel cassetto in attesa della tecnologia adatta. Anche qui, come nella precedente trilogia de Il Signore degli Anelli, Jackson si avvale delle movenze dell’attore Andy Serkis (poi rielaborate al computer): qui è Kong, dopo aver interpretato il personaggio di Gollum.
Ma veniamo proprio ai tre film tratti dal romanzo di Tolkien. Nel 2001 Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello, primo film della saga, consegna Peter Jackson alla fama internazionale, vince quattro Premi Oscar (Miglior Fotografia; Miglior Trucco; Miglior Colonna Sonora Originale; Migliori Effetti Speciali) e spiana definitivamente la strada ai due film successivi – Il signore degli anelli – Le due torri (2002) e Il signore degli anelli – Il ritorno del re (2003) – che pure portano a casa svariati premi, in particolare l’ultimo, finalmente premiato anche per motivi non meramente tecnici (immancabile per entrambi l’Oscar per i Migliori Effetti Speciali). Anche nel caso della trilogia, i tempi di
produzione sono stati lunghissimi – parliamo di anni – per motivi legati al costo eccessivo degli effetti speciali; la post-produzione – nonché le riprese stesse – non sono stati da meno.
Se guardiamo agli inizi della carriera di Jackson scopriamo un cineasta arrabbiato e anarchico, che ama misurarsi con l‘horror più estremo e “sgradevole”, splatter e demenziale. Fuori di testa (Bad Taste, 1987), il suo esordio autoprodotto, e Splatters – Gli schizzacervelli (Braindead, 1992) sono nel loro genere due capolavori, che ancora oggi sorprendono per la carica beffarda e trash che il tempo non ha minimamente intaccato. In entrambi i film a padroneggiare sono gli effetti speciali artigianali ed estremamente gore, anni luce dalla CG di cui si avvale oggi. Tra i due lungometraggi troviamo un film di burattini: Meet the Feebles (1989) sorta di parodia cattiva del Muppet Show – non adatta ad un pubblico infantile – in cui si mostrano gli squallidi retroscena di uno spettacolo di…pupazzi.
Già nel 1994, tuttavia, la rabbia si smorza, e Jackson prova la svolta autoriale con Creature del cielo, che alla Mostra del Cinema di Venezia vince un sorprendente Leone d’Argento per la Miglior Regia, mentre l’anno successivo, con il mockumentary Forgotten Silver, dimostra un’abilità per la goliardata filologicamente corretta non da poco.
Oggi, dopo il passo tendenzialmente falso di Amabili resti, non resta che attendere il prossimo film di Peter Jackson; per il 2011 e il 2012 sono previsti i due film tratti dal romanzo Lo Hobbit (sempre di Tolkien) in cui però Jackson rivestirà il ruolo di produttore esecutivo e non di regista. Per veder nuovamente un film girato da lui bisognerà attendere almeno la fine del 2011, quando sarà pronto l’annunciato lungometraggio dal titolo provvisorio Tintin 2, sequel del Tintin diretto dall’amico e collega Spielberg – anch’esso annunciato per il 2011 – ed entrambi girati con tecnologia motion capture 3-D altamente realistica. I due film – e si parla già di un terzo – saranno basati sulla striscia a fumetti belga Les Aventures de Tintin et Milou (da noi Le avventure di Tintin) creata nel 1929 da Georges Remi, in arte Hergé.
Grazie a dosi massicce di Computer Graphic, Jackson dà libero sfogo alle visioni partorite dalla Sebold, creando un al di là luminoso ed emozionante, in netto contrasto con la violenta morte della protagonista. Tuttavia l’interesse maggiore del regista è evidentemente tutto per il Paradiso, e ciò va a discapito dell’equilibrio – anche narrativo – del film: le vicende terrene di Susie e della sua famiglia sono semplificate, edulcorate e trattate in maniera forse troppo superficiale, tanto che viene da domandarsi perché Jackson abbia deciso di portare sullo schermo qualcosa che lo stimolava soltanto per metà. Con un risultato finale piuttosto disomogeneo, e che ha il sapore amaro dell’opera incompiuta.
Eppure, percorrendo a ritroso la carriera di Jackson, quel che immediatamente salta all’occhio è l’esatto contrario, ovvero la capacità intrinseca del suo modo di fare cinema di legarsi con l’evoluzione degli effetti speciali. Si pensi ad esempio al film precedente: King Kong (2005) è il remake dell’omonimo film del 1933 (diretto da Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack), con l’aggiunta di una sequenza inedita (la caduta dei protagonisti nel crepaccio popolato da vari insetti giganti) che all’epoca non si era potuta inserire perché avrebbe spaventato il pubblico. Un’opera filologicamente corretta, non ripagata dal successo di pubblico planetario della trilogia, rimasta parecchio tempo nel cassetto in attesa della tecnologia adatta. Anche qui, come nella precedente trilogia de Il Signore degli Anelli, Jackson si avvale delle movenze dell’attore Andy Serkis (poi rielaborate al computer): qui è Kong, dopo aver interpretato il personaggio di Gollum.
Ma veniamo proprio ai tre film tratti dal romanzo di Tolkien. Nel 2001 Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello, primo film della saga, consegna Peter Jackson alla fama internazionale, vince quattro Premi Oscar (Miglior Fotografia; Miglior Trucco; Miglior Colonna Sonora Originale; Migliori Effetti Speciali) e spiana definitivamente la strada ai due film successivi – Il signore degli anelli – Le due torri (2002) e Il signore degli anelli – Il ritorno del re (2003) – che pure portano a casa svariati premi, in particolare l’ultimo, finalmente premiato anche per motivi non meramente tecnici (immancabile per entrambi l’Oscar per i Migliori Effetti Speciali). Anche nel caso della trilogia, i tempi di
produzione sono stati lunghissimi – parliamo di anni – per motivi legati al costo eccessivo degli effetti speciali; la post-produzione – nonché le riprese stesse – non sono stati da meno.Se guardiamo agli inizi della carriera di Jackson scopriamo un cineasta arrabbiato e anarchico, che ama misurarsi con l‘horror più estremo e “sgradevole”, splatter e demenziale. Fuori di testa (Bad Taste, 1987), il suo esordio autoprodotto, e Splatters – Gli schizzacervelli (Braindead, 1992) sono nel loro genere due capolavori, che ancora oggi sorprendono per la carica beffarda e trash che il tempo non ha minimamente intaccato. In entrambi i film a padroneggiare sono gli effetti speciali artigianali ed estremamente gore, anni luce dalla CG di cui si avvale oggi. Tra i due lungometraggi troviamo un film di burattini: Meet the Feebles (1989) sorta di parodia cattiva del Muppet Show – non adatta ad un pubblico infantile – in cui si mostrano gli squallidi retroscena di uno spettacolo di…pupazzi.
Già nel 1994, tuttavia, la rabbia si smorza, e Jackson prova la svolta autoriale con Creature del cielo, che alla Mostra del Cinema di Venezia vince un sorprendente Leone d’Argento per la Miglior Regia, mentre l’anno successivo, con il mockumentary Forgotten Silver, dimostra un’abilità per la goliardata filologicamente corretta non da poco.
Oggi, dopo il passo tendenzialmente falso di Amabili resti, non resta che attendere il prossimo film di Peter Jackson; per il 2011 e il 2012 sono previsti i due film tratti dal romanzo Lo Hobbit (sempre di Tolkien) in cui però Jackson rivestirà il ruolo di produttore esecutivo e non di regista. Per veder nuovamente un film girato da lui bisognerà attendere almeno la fine del 2011, quando sarà pronto l’annunciato lungometraggio dal titolo provvisorio Tintin 2, sequel del Tintin diretto dall’amico e collega Spielberg – anch’esso annunciato per il 2011 – ed entrambi girati con tecnologia motion capture 3-D altamente realistica. I due film – e si parla già di un terzo – saranno basati sulla striscia a fumetti belga Les Aventures de Tintin et Milou (da noi Le avventure di Tintin) creata nel 1929 da Georges Remi, in arte Hergé.
di Manuela Pinetti










