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8 marzo – Cinema in Rosa. Registe italiane nascono, crescono e… dirigono

Le cineaste italiane che han qualcosa da dire… Forse anche più di molti uomini

Per una ragione o per un’altra, il mercato cinematografico ha sempre visto il mestiere della regia come poco adatto ad una tempra femminile. Forse, perché, da che mondo è mondo, il ruolo del regista è sempre stato autoritario, rigido, severo, dunque adatto ad un uomo piuttosto che ad una donna, da sempre, invece, relegata a ruoli “secondari”, di “segreteria”, di “assistente”, di “consulente”, senza rendersi minimamente conto di come, invece, il sostegno lavorativo di una donna nel mondo del cinema fosse fondamentale, vitale, indiscusso.

Nonostante questo, però, di donne registe nel cinema non c’è troppa traccia, specialmente nel cinema italiano. Poche registe di rilievo, è vero, ma ognuna con una firma assolutamente distinguibile, ognuna con una storia da raccontare, la propria, ognuna con un messaggio preciso da trasmettere.

Donne come Lina Wertmuller, una delle prime registe donna del cinema italiano, che dopo una lunga gavetta tra teatro e televisione (ha diretto la prima edizione della trasmissione tv Canzonissima), arriva al cinema come assistente ed attrice di Federico Fellini, nel film La dolce vita, prima, e in Otto e mezzo, poi. Il suo primo film come regista, I basilischi, risale al 1963 e racconta con ironia le vite di alcuni giovani meridionali (nel cast anche un giovanissimo Giancarlo Giannini). I personaggi dei suoi film sono forti, caratterizzati, presenti: gli uomini sono sempre attenti alla società che li circonda, i loro animi sono mossi da precisi intenti politici (solitamente di sinistra); le donne, d’altro canto, sono ferventi sostenitrici del femminismo e della libertà del singolo individuo.

Oltre la Wertmuller, anche Cristina Comencini ha dato un notevole apporto al cinema italiano. Figlia del famoso regista Luigi Comencini, nonostante una laurea in economia e commercio, Cristina comincia a calpestare terreno cinematografico già nel 1969, lavorando come comparsa in un film di suo padre. Dopodiché, arriva l’approccio con la sceneggiatura: per la televisione, infatti, scriverà Cuore e La storia, mentre per il cinema Buon Natale… Buon anno. Sempre quello stesso anno, nel 1989, arriva il suo primo film come regista, Zoo, interpretato da una giovanissima Asia Argento. Ci vorrà un po’ di tempo, però, perché il suo nome cominci ad essere ricordato… Fino al 1995, per l’esattezza, anno in cui approda al cinema il suo film più famoso, Va’ dove ti porta il cuore, ispirato al romanzo di Susanna Tamaro. Sono i drammi interiori, dunque, i leit motiv di tutte le sue opere, nonostante spesso la stessa regista si sia cimentata perfino in commedie.

Un percorso più istituzionale, invece, spetta a Francesca Archibugi, che alla fine del liceo si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia come regista e con i suoi cortometraggi comincia ad ottenere un discreto successo nell’ambiente. Il suo debutto dietro la macchina da presa con un lungometraggio avviene nel 1988, con il film Mignon è partita, in cui la regista racconta i dissapori derivati dalle prime cotte e i primi amori adolescenziali. Da allora, la Archibugi cercherà sempre di raccontare storie intime, familiari, basate su conflitti generazionali e incomprensioni generali nei rapporti genitore/figlio e non solo (in Lezioni di volo racconta di una storia d’amore tra una donna e un ragazzino, in Questioni di cuore di un’amicizia particolare tra due uomini sostanzialmente diversi, sia per età che per caratteri).

Due giovani e promettenti leve della cinematografia italiana al femminile sono, infine, Maria Sole Tognazzi e Marina Spada, entrambe con ancora all’attivo pochi titoli cinematografici, ma con grandi potenzialità ancora da sfruttare e da scoprire. Marina Spada, soprattutto, che potremmo forse definire più di ogni altra la vera regista indipendente italiana, è riuscita con i suoi film veristi e vicini alla società contemporanea ad aggiudicarsi un posto di pregio e stima nei cuori di tutti i critici nostrani.

Nonostante il cinema italiano, dunque, sia spaventosamente maschilista e talvolta affossato dalle lobby, è bello notare come una donna riesca lentamente a farsi strada, riuscendo a dimostrare al mondo intero il suo talento e la sua voglia di raccontare.

di Luna Saracino