Mente e tecnologie: ansie o multitasking?
Una settimana di vacanza in un’area sperduta, disconnessi dal mondo
È quello che hanno fatto cinque neuroscienziati americani per capire se l’immersione nella natura può essere un rimedio alla sovraesposizione tecnologica e può “invertire” i suoi effetti negativi.
Seguiti da un reporter e da un fotografo del New York Times, si sono imbarcati in una canoa lungo il fiume San Juan nel deserto dello Utah meridionale, a 300 chilometri dal primo centro abitato, per trovare una risposta a domande che ci si pone da tempo: che effetti hanno i continui stimoli indotti dalle nuove tecnologie sull’attenzione e sulla capacità di apprendere? È proprio vero che la disintossicazione totale da computer, telefonini, videogiochi, tv e radio serve veramente a chiarire le idee e a ragionare in modo più efficiente?
Gli scienziati, senza scadenze e senza continue interruzioni, hanno cercato di conciliare le loro posizioni sull’argomento, progettando anche nuovi studi scientifici.
Sono partiti in disaccordo, divisi tra “credenti”, David Strayer, professore di Psicologia alla University of Utah e Paul Atchley della University of Kansas, convinti dei danni causati dall’assuefazione, e “scettici”: lo specialista di imaging del cervello Todd Braver della Washington University di Saint Louis, Steven Yantis, professore di Scienze neurologiche della Johns Hopkins e il professor Art Kramer dell’University of Illinois, partiti con forti dubbi sulla conclusione dei primi due.
I tre scettici sostengono che il cervello sia in grado di adattarsi all’aumento degli stimoli e con il tempo trasformi l’uomo in un abile multitasker, cioè capace di svolgere numerosi compiti simultaneamente, in modo efficiente e senza alcun calo di attenzione.
Strayer e Atchley, invece, sono certi che l’uso eccessivo di strumenti elettronici riduce le capacità meditative e causa ansia e che il multitasking continuo abbia un effetto negativo sulle performance del cervello.
Particolarmente colpita, sarebbe la cosiddetta “memoria di lavoro”, quella che serve per programmare azioni a breve termine. L’attesa di una mail, per esempio, occuperebbe una parte rilevante di questo tipo di memoria, riducendo lo spazio per immagazzinare altre idee e informazioni.
«Non vedo perché il nostro cervello non possa creare nuovi circuiti e mutarsi in un organo più forte ed efficiente», sostiene, invece, Art Kramer, il più scettico dei cinque.
Di certo, tutti e cinque i neuroscienziati si sono trovati d’accordo sul fatto che l’immersione nella natura e nel silenzio ripristinerebbe il cervello nelle sue piene facoltà e ora vogliono cercare di capire come riprodurre le condizioni ottimali della mente a riposo anche in un contesto urbano, nonostante i continui bombardamenti digitali.
Insomma una conclusione che sembra scontata: una vacanza senza distrazioni elettroniche assicura una vera libertà mentale.
Gli scienziati, senza scadenze e senza continue interruzioni, hanno cercato di conciliare le loro posizioni sull’argomento, progettando anche nuovi studi scientifici.
Sono partiti in disaccordo, divisi tra “credenti”, David Strayer, professore di Psicologia alla University of Utah e Paul Atchley della University of Kansas, convinti dei danni causati dall’assuefazione, e “scettici”: lo specialista di imaging del cervello Todd Braver della Washington University di Saint Louis, Steven Yantis, professore di Scienze neurologiche della Johns Hopkins e il professor Art Kramer dell’University of Illinois, partiti con forti dubbi sulla conclusione dei primi due.
I tre scettici sostengono che il cervello sia in grado di adattarsi all’aumento degli stimoli e con il tempo trasformi l’uomo in un abile multitasker, cioè capace di svolgere numerosi compiti simultaneamente, in modo efficiente e senza alcun calo di attenzione.
Strayer e Atchley, invece, sono certi che l’uso eccessivo di strumenti elettronici riduce le capacità meditative e causa ansia e che il multitasking continuo abbia un effetto negativo sulle performance del cervello.
Particolarmente colpita, sarebbe la cosiddetta “memoria di lavoro”, quella che serve per programmare azioni a breve termine. L’attesa di una mail, per esempio, occuperebbe una parte rilevante di questo tipo di memoria, riducendo lo spazio per immagazzinare altre idee e informazioni.
«Non vedo perché il nostro cervello non possa creare nuovi circuiti e mutarsi in un organo più forte ed efficiente», sostiene, invece, Art Kramer, il più scettico dei cinque.
Di certo, tutti e cinque i neuroscienziati si sono trovati d’accordo sul fatto che l’immersione nella natura e nel silenzio ripristinerebbe il cervello nelle sue piene facoltà e ora vogliono cercare di capire come riprodurre le condizioni ottimali della mente a riposo anche in un contesto urbano, nonostante i continui bombardamenti digitali.
Insomma una conclusione che sembra scontata: una vacanza senza distrazioni elettroniche assicura una vera libertà mentale.
di Valeria Fornarelli










