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Massimo Ciancimino, i suoi silenzi e la sua verità (tutta da valutare)

24/08/2010 | Svevo Ruggeri | Attualità dal Mondo | 75 views   Print This Post Email This Post
Vito-e-Massimo-Ciancimino«Vado via. Hanno vinto loro. Esco di scena». Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, l’ex sindaco democristiano di Palermo condannato in Cassazione a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa e corruzione, di fronte alle minacce al suo bimbo di 5 anni, smette di parlare.

Aveva cominciato a raccontare la sua verità appena un anno fa, nel luglio 2009, in occasione del 17° anniversario della strage di via D’Amelio in cui morì un non abbastanza protetto Paolo Borsellino insieme con 5 agenti della scorta, annunciando che avrebbe consegnato ai magistrati il “papello” di Totò Riina con le condizioni poste dalla mafia allo Stato per interrompere la stagione delle carneficine.
Riina stesso, tuttavia, tramite il suo avvocato, volle far sapere che l’attentato a Borsellino fu opera di personaggi legati alle istituzioni e smentì una sua partecipazione a una trattativa fra Stato e mafia: «Con riferimento alla cosiddetta trattativa che sarebbe stata condotta tramite i signori Ciancimino, Vito e Massimo, Riina sostiene che è stato oggetto e non soggetto di quella trattativa di cui tanto si è discusso in questi anni. Lui sostiene che la trattativa è passata sopra di lui, che l’ha fatta Vito Ciancimino per conto suo e per i suoi affari e insieme ai carabinieri». È tuttavia ovvio che anche l’attendibilità del boss pluriomicida dovrà essere opportunamente vagliata e provata in giudizio.
Intanto lo scorso dicembre Massimo Ciancimino (considerato testimone contradditorio dai magistrati) aveva poi consegnato ai giudici di Palermo il documento originale del «papello» con le 12 richieste di Cosa Nostra allo Stato per porre fine alle stragi del ’92. Il foglio di una sola facciata si trovava nel caveau di una banca del Liechtenstein assieme ad altri 40 documenti consegnati in procura. Tra l’altro c’era anche una lettera scritta dal don Vito dopo la strage di via D’ Amelio. «Nella lettera – ha chiarito Ciancimino jr – mio padre, che conosceva le cose per aver preso parte alla trattativa, parlava di traditori di Paolo Borsellino». Secondo l’ ex sindaco il magistrato sarebbe stato tradito da persone considerate amiche.
«Mi sono tolto un peso», disse all’epoca Ciancimino jr. Pochi mesi dopo, l’8 febbraio 2010, deponendo come testimone al processo per favoreggiamento a carico dell’ex comandante del Ros Mario Mori, sostenne anche, innescando ovvie polemiche, che suo padre gli disse che nuove forze politiche erano frutto di una trattativa con Cosa Nostra. Ed in precedenti udienze il teste aveva citato pure diversi esponenti politici, sostenendo che don Vito gli aveva parlato di loro rapporti con Provenzano. Parole respinte dagli interessati come “pura invenzione”.
La verità delle dichiarazioni rese finora dal figlio di don Vito, nato a Corleone e prima assessore ai lavori pubblici e poi sindaco di Palermo per la DC, già definito nel 1984 dal pentito Tommaso Buscetta come “organico” alla cosca dei corleonesi, verrà forse rivelata dalla magistratura al termine dei processi in cui sono state rese.
Adesso però Massimo Ciancimino non si sottoporrà più a interrogatori, chiede all’editore Feltrinelli il ritiro del suo libro “Don Vito” e non tornerà a Palermo: decisione presa dopo la busta indirizzata al figlioletto con dentro un proiettile di kalashnikov e minacce al bambino che qualcuno, del tutto inosservato, ha messo nella cassetta delle lettere della sua casa palermitana.
Non si trattava del primo avvertimento: nella casa di Bologna, in cui Ciancimino vive con la moglie e il figlio, più volte sono state recapitate lettere anonime. “Io non sono come certi politici superblindati. Mi hanno dato un’auto mezza rotta e, come dimostrano tutte le intimidazioni subite, in casa mia chiunque entra ed esce come vuole” commenta amaro.
Di fronte alle minacce al bambino, Ciancimino jr smette dunque di esporsi e di collaborare con i PM di Palermo. Solo due politici, Leoluca Orlando e Beppe Lumia, gli hanno espresso solidarietà dopo l’ultima lettera minatoria.
A quasi vent’anni di distanza, nuove rivelazioni e improvvisi silenzi calano sul tentativo di far luce su una stagione oscura come quella che ha segnato il passaggio fra la Prima e la Seconda Repubblica. Vedremo se, parafrasando il Vangelo di Giovanni, 3; 19, gli uomini preferiranno le tenebre alla luce oppure no.

di Chiara Carnabuci

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